zingaretti

 

di NICCOLÒ BIONDI

 

Non c’è granché da gioire per la vittoria di Zingaretti nelle primarie del PD, se non il fatto che sancisce la fine della stagione renziana.

Il PD è un partito pensato per un contesto storico e politico che non esiste più: quello della fine della storia, della globalizzazione liberista affermata come irreversibile, della necessità di dotarsi di fondamenti ideologici post-ideologici (lo so, è un controsenso, ma tant’é: è pure scritto nero su bianco su uno dei primi articoli dello Statuto). Quell’idea, insomma, che la dialettica politica tra ceti sociali era “finalmente” finita, con un nuovo consenso generale intorno alla societá liberale ed all’economia liberista nel contesto del mercato unico europeo e dello smantellamento della democrazia nazionale nei burocraticismi dell’UE, che aveva trovato in Renzi e nel suo progetto del Partito della Nazione il compimento naturale e più maturo – quel Renzi che anche personalmente, purtroppo, quando negli anni passati ero nel PD, consideravo come un corpo estraneo, mentre invece non era che il termine naturale di un processo storico-politico iniziato con l’ingresso nell’UE e nell’eurozona (col beneplacito di Prodi & co.) e passato attraverso la fase intermedia della nascita del PD. Non ci avevo capito nulla: Renzi era il compimento più maturo di un processo, quello della deriva liberale del “centro-sinistra”, i problemi erano iniziati giá ben prima e il PD era pieno zeppo di persone confuse se non apertamente incapaci di rendersi conto che nelle parole professavano sinistra e social-democrazia, nei fatti praticavano liberismo e politiche per l’élite benestante.

Il PD è ormai un partito fuori dalla storia, una sorta di partito-zombie che continua a muoversi nonostante non abbia più nulla da dire perché non ha più un pensiero e una visione politica realmente alternativa alla destra liberale – e infatti già sono tantissimi quelli che scrivono che ora il PD deve mettersi al lavoro per “attrarre i moderati” (testuali parole di Zingaretti) e costruire il fronte liberale ed europeista alternativo ai nazionalismi populisti: il che significa muovere da un’analisi sbagliata della fase storico-politica in cui ci troviamo, dei suoi problemi e della missione politica di una sinistra rinnovata consapevolmente anti-liberista e social-democratica, e fare esattamente la cosa peggiore: il fronte repubblicano – liberale – europeista contro i “populisti”.

Il PD è destinato ad accasciarsi al suolo, perché ha già esaurito (da anni!) il suo ruolo storico e può giusto continuare ancora per qualche tempo a fare da stampella centrista alla destra liberale, ma la vittoria di Zingaretti è dannosa proprio perché gli dà ancora qualche energia ed illude il “popolo della sinistra” che sia realmente cambiato qualcosa nella proposta politica – mentre invece non si vedono riflessioni serie sulla globalizzazione, sui problemi dell’euro, sulla deriva antidemocratica dell’accentramento politico europeo, sul sistema capitalistico a libero mercato (l’unico che aveva fatto un’analisi seria, e ne aveva tratto le logiche conseguenze, era il candidato Dario Corallo, che infatti neanche è arrivato al secondo turno. Probabilmente bisogna iniziare a pensare seriamente che il problema della sinistra non è quello di un “popolo” portato a destra da una classe dirigente di inetti e inconsapevoli liberali, ma proprio di una comunità di elettori-militanti che è liberale fino al midollo ed è politicamente-ideologicamente irrecuperabile. Bisogna probabilmente lasciare alla natura il tempo di fare il suo corso, e i tempi della ricostruzione di questo campo politico sono assai lunghi). In piena bancarotta idelogica e intellettuale, con questo congresso il PD ha avuto un sussulto d’esistenza. Ma niente più.

Un’unica nota positiva, forse: MdP sta già tornando nei ranghi, e piano piano la speranza è che lo facciano tutti quelli che “il problema del PD era Renzi”, e quindi sono usciti dal PD per rifare il PD fuori dal PD, rendendo ancor più anomalo e assurdo il panorama politico italiano.

La stagione renziana è stata il compimento della deriva liberale della sinistra, e tutto sommato una operazione di verità (con Renzi è caduta quantomeno la patina di ipocrisia di quelli, da Prodi a Bersani, che hanno importato in Italia il liberismo senza riconoscerlo e dirlo esplicitamente): con Zingaretti probabilmente si torna in una fase di illusione. La morte annunciata del Pd è comunque soltanto rimandata da questa grande operazione di marketing politico che sono le primarie (una piazzata plebiscitaria per far credere all’iscritto che conti qualcosa), perché il PD proseguirà con la sua agenda centrista, liberale ed europeista, dimostrando che la sua classe dirigente (o il suo popolo irrecuperabile?) continua a capirci assai poco sulla fase storica e politica in cui siamo entrati ormai già da anni. Quantomeno la speranza è che oltre ad MdP tornino a casa tutti i liberali della sinistra italiana: questo congresso sarebbe stato, quantomeno, un momento di chiarezza e di normalizzazione politica.