podemos

 

di CARLO FORMENTI

 

L’accordo fra governo socialista e Podemos sul bilancio spagnolo del 2019 sembrerebbe rappresentare un nuovo, significativo momento di rottura nei confronti delle linee di politica economica dettate dall’Unione Europea da parte di un grande Paese mediterraneo.

Implica una svolta rispetto alle misure di austerità adottate dai precedenti governi dopo la crisi del 2008, misure che avevano favorito la nascita e i buoni risultati elettorali di Podemos. Sono previste importanti novità in materia di sanità, casa, occupazione e sicurezza sociale.

Ma soprattutto, come sottolineano Manolo Monereo, Héctor Illueca e Julio Anguita, spiccano due temi: la rivalorizzazione delle pensioni (che, se ho ben capito, potrebbe comportare anche un meccanismo automatico di indicizzazione) e la fissazione del salario minimo a 900 euro al mese (misura decisiva in un Paese dove non esistono efficaci procedure di contrattazione collettiva).

Si tratta, scrivono gli autori dell’articolo, di una sfida destinata a generare una forte resistenza padronale, la decisa opposizione dei partiti di centro destra e, soprattutto, il malcontento degli euroburocrati, i quali non potrebbero più additare la Spagna come esempio virtuoso di rispetto nei confronti delle loro “regole”, e si troverebbero di fronte a un caso Spagna che verrebbe a sommarsi al caso Italia.

Il punto è: c’è da fidarsi della tenuta del PSOE di Sanchez di fronte a tali sfide?
I socialisti sono realmente disposti a rinnegare le politiche filopadronali che hanno gestito per decenni in condominio con i Popolari di Rajoy? Oppure siamo di fronte a una mossa tattica per lucrare l’appoggio di Podemos e, una volta recuperati parte dei voti persi a sinistra, tornare ai business as usual dopo avere verificato che i vincoli interni ed esterni non sono eludibili?

Staremo a vedere. Per Podemos il rischio è elevato ma, considerata l’opportunità di ottenere un reale miglioramento delle condizioni di vita e lavoro di milioni di cittadini, vale la pena di correrlo.

Aggiungo due considerazioni. La prima riguarda la crisi dell’Europa, ormai conclamata e destinata ad aggravarsi ulteriormente. La seconda si riferisce all’impatto che l’evento spagnolo può avere sulla scena politica italiana.

Sulla prima. Se associamo quanto accaduto a Madrid ad alcune recenti dichiarazioni di Mario Draghi (mi riferisco al suo invito ad abbassare i toni, rivolto a Bruxelles non meno che a Roma, ma soprattutto al concetto che non sarebbe la prima volta che un Paese della Ue infrange le regole – per inciso: Francia e Germania lo hanno fatto ben più dell’Italia – senza che ciò comporti particolari drammi) è possibile che ci si trovi di fronte a un primo ripensamento in merito alla possibilità di ammorbidire la strategia del rigore.

Tatticismi pre elettorali per contenere la valanga “populista”, o presa d’atto dell’insostenibilità di una linea politica suicida? Staremo a vedere

Passiamo alla lettura che verrà data qui da noi degli eventi madrileni. Temo che i “sinistrati” coglieranno la palla al balzo per accarezzare l’idea di alleanze future fra il costituendo “quarto polo” delle sinistre radicali e il PD, abboccando all’appello di Prodi che invita a costruire un “fronte antipopulista”.

Peccato che il PD non sia il PSOE, non abbia la minima intenzione di offrire accordi su “costose” politiche sociali invise alla Ue, e anzi si opponga duramente alle modestissime misure sostenute dal governo giallo verde.

Potrebbe invece chiamare a raccolta i sinistrati in nome dei diritti dei migranti, senza dare nulla in cambio sul piano dei diritti sociali. Ve lo immaginate un governo Minniti che si mette in testa il cappello dell’antirazzismo…