patria

 

di ALESSANDRO ALEKOS PORCELLUZZI

 

Famiglia

Se tutto è uguale, niente vale la pena. Se tutto è famiglia, niente è famiglia.
Sta giungendo finalmente alle sue conclusioni, pessime, l’attacco alla famiglia. Si è confuso volutamente a lungo il piano dei diritti individuali e quello della famiglia.
Si può, anzi si deve, tutelare il diritto di ogni individuo di vedere riconosciuto il suo legame di coppia. È doveroso riconoscere a una coppia omosessuale, per esempio, la possibilità di usufruire dei diritti di cura, di assistenza, di trasmissione ereditaria.
Ma la famiglia, in ogni tempo, presso ogni cultura, in ogni società non è questo. Non è nemmeno, come scioccamente si è sostenuto, amore.
La famiglia è la forma che ogni società elabora per rendere ordinati due elementi: la riproduzione e la genitorialità.

È il modo in cui le società determinano il proprio futuro, la nascita, la cura, la protezione delle generazioni a venire. Che sia natura o cultura, la famiglia può evolversi solo come cambiamento nella continuità. Mai come rottura, o innesto artificiale. Certo “che vita de merda”, perché la famiglia implica il sacrificio di una parte di sé in funzione di un bene, che la società affida ai nuclei familiari, superiore.

Patria

L’amor di patria, il rispetto della terra dei padri, sono assai antichi. Chi lega la patria al periodo fascista non ha mai letto (e torna qui il dramma dei semicolti) i classici latini e greci, non conosce le lotte e le sofferenze causate dall’aver oppresso le identità nazionali in epoca moderna, vuole ignorare Foscolo e Manzoni, Mazzini e Nievo e Verdi. Ma anche i condannati a morte della Resistenza e i padri costituenti. E non si venga a dire, per carità, che i rossi fossero meno patriottici, ché evidentemente non avete mai letto Amendola o Ingrao, Nenni o Lombardi.
Le generazioni di sfruttati che si sono ribellati impugnavano una accanto all’altra la bandiera rossa e il tricolore. La difesa della patria è sacro dovere. Anche qui: l’idea che esistano doveri che giustificano il sacrificio di sé per uno scopo più alto, più nobile.

Dio

Il grande ateismo filosofico non è mai stato sciatto. Da Feuerbach a Freud, da Marx a Nietzsche, il punto è sempre stato: cercare le origini, la genealogia del fenomeno religioso per produrre un salto dell’umano. Il laicismo straccione, di cui il cartello della Cirinnà è emblema, è invece disprezzo di chi, once again, sacrifica il proprio interesse, il proprio piacere, il proprio egoismo, a una fede. E così da una parte ci si professa aperti a qualsiasi influenza (porti aperti, accoglienza, multiculturalismo) ma dall’altra si offendono contemporaneamente tutte le fedi e tutti i credenti. A rigore: tutti coloro che rispettano semplicemente il sacro.

“Che vita de merda” è lo slogan, un sunto del non-pensiero di chi vorrebbe essere senza Dio, senza patria e senza famiglia. Senza alcun limite, perché questo sono in fondo Dio, patria e famiglia: limiti, non c’è società. E dunque nessuna politica.
Ma forse il sogno nascosto è esattamente questo.