pianeta

 

di MANUEL DE PALMA

 

Era da tempo che volevo scrivere questa riflessione, ma la scrivo ora, dal momento che la tematica è caldissima.
Si parla moltissimo in questi giorni del tema dell’ecologia, dell’inquinamento e del riscaldamento globale: il mondo si avvicina pericolosamente a una catastrofe ecologica, che è necessario evitare per la sopravvivenza della specie umana e degli altri esseri che vivono su questo pianeta.

Con buona pace di Donald Trump e dei ciarlatani che lo seguono, questo è un dato oggettivo: per quanto siano stati fatti dei passi significativi (in particolar modo da Cina e India), il pericolo rimane tuttavia imminente.

L’essere umano, esattamente come tutti gli altri esseri viventi, si trova a vivere necessariamente all’interno di un ambiente: da esso trae l’ossigeno che respira, l’acqua che beve, il cibo di cui si nutre, così come tutte le condizioni che permettono la sopravvivenza e la continuazione della sua specie. Senza l’ambiente l’essere umano non esiste.

Da quando l’uomo ha sviluppato il potere della tecnica, il suo impatto con l’ambiente è stato sempre più forte: dal “grande potere” della tecnologia, è nata anche la “grande responsabilità” della riflessione sull’ambiente… l’ecologia! L’ecologia è un’attività propriamente umana, in quanto attività che permette di pensare in maniera riflessiva all’ambiente e al rapporto dell’uomo con esso. In questo momento la riflessione ecologica è di importanza vitale.

Lungi dall’essere una “sovrastruttura”, un insieme di idee astratte, l’ecologia è una questione essenzialmente “strutturale”. La connessione tra ecologia e tecnologia ci permette di svelare un’altra intima connessione: quella tra ecologia e modello di produzione (e quindi modello politico/economico). Il modello di produzione che seguiamo, necessariamente andrà a influire sul nostro impatto ambientale. Ecologia, tecnologia e modello di produzione sono quindi tre ambiti profondamente inter-relati.

L’attuale modello di produzione, ossia il capitalismo, si fonda sull’idea della “crescita infinita” e dell’accumulazione del profitto nelle mani di pochi individui. Il modello di produzione capitalistico è indifferente al fatto che le risorse del pianeta non sono infinite. Esso riduce l’essere umano a un consumatore infinito, che punta a consumare con sempre maggiore voracità. In questo senso quindi va letto l’accumulo illimitato di ricchezza nelle mani di pochi individui: un consumo infinito, motivato esclusivamente dall’avidità e dall’ingordigia.

Questo tuttavia è ciò che ci sta spingendo verso la catastrofe ecologica e ambientale: le risorse del pianeta sono limitate e il consumo infinito sta provocando il riscaldamento globale, che mette seriamente a rischio (attraverso lo scioglimento dei ghiacciai) la nostra stessa sopravvivenza. La folle corsa dell’uomo verso il consumo infinito si rivela, alla prova dei fatti, fatale.

Coloro che fino ad oggi hanno devastato il pianeta, stanno cercando delle soluzioni fittizie a questo problema: è il caso dell’ “ecologia neoliberista”, che vede la soluzione nella de-industrializzazione e nella finanziarizzazione dell’economia occidentale. Ovviamente questa soluzione è totalmente falsa, dal momento che la produzione industriale verrebbe semplicemente delocalizzata nei paesi del terzo mondo (dove i lavoratori costano meno e le leggi sulla tutela dell’ambiente sono inesistenti).

Altri invece, pur di non parlare del problema fondamentale dell’ambiente, si sono inventati l’antinatalismo e l’estinzione volontaria della razza umana: è una tesi talmente stupida che non riesco nemmeno a prenderla sul serio. Questa tesi anti-natalista (fortunatamente relegata esclusivamente a piccole psico-sette di sciroccati) è stupida perché, oltre a non tenere conto di tutta una serie di dati, non tiene conto che i paesi dove si figlia di più sono proprio quelli che vengono esclusi dalla redistribuzione delle ricchezze: dove quindi c’è un’economia scarsissima, un regime dispotico e un’istruzione scarsissima. L’enorme calo demografico in Cina ne è una prova lampante.

Queste soluzioni sono quindi totalmente false e prive di senso, in quanto mancano entrambe il punto centrale della questione: soltanto un modello di produzione che pone la “vita” al di sopra del profitto e che redistribuisce le ricchezze, può salvare il pianeta. Questo sistema ha un nome: Socialismo.

Il nostro socialismo, consapevole degli errori passati, sarà diverso dal socialismo novecentesco, in quanto non avrà come obiettivo la competizione con la produzione capitalistica.
Il nostro obiettivo sarà il miglioramento della vita dei cittadini, che si otterrà soltanto ribaltando la sottomissione della “vita” al profitto: l’uomo non vive su questo pianeta con lo scopo di arricchirsi e di consumare il più possibile… ma con lo scopo di vivere un’esistenza autentica, felice e serena, in armonia con l’ambiente e i suoi simili.
Non neghiamo la produttività e l’ingegno umano, non neghiamo la tecnologia: ma essa deve essere posta al servizio della vita di tutti e della salvaguardia dell’ambiente, non del profitto!

La redistribuzione delle ricchezze porterà con sé anche la redistribuzione della consapevolezza: una volta sconfitta la miseria, il degrado e l’ignoranza, l’uomo diventerà sempre più consapevole della sua inter-relazione con l’ambiente.

Ecco perché, più che di “sviluppo sostenibile” occorrerebbe parlare di “sviluppo alternativo”: lo sviluppo capitalista non è, per sua stessa natura, sostenibile!

Le alternative quindi sono solo due: Socialismo o catastrofe ecologica!