unione

di MIMMO PORCARO

L’assemblea che il 9 marzo, a Roma, ha lanciato il Manifesto per la sovranità costituzionale, ha avviato un processo che può portare, in tempi non remoti, alla costituzione di un soggetto politico capace di fare uscire dal minoritarismo, e dal ghetto informativo in cui è stato rinchiuso dal mainstream, il discorso che da tempo lega la questione sociale e la questione nazionale, la lotta al liberismo e la lotta all’Unione europea.

Proprio per facilitare questo processo è opportuno iniziare a puntualizzare ed approfondire alcune questioni nodali, sia perché ogni salto politico-organizzativo richiede un avanzamento nell’analisi e nell’articolazione della proposta, sia perché quando si inizia ad uscire da spazi ristretti è necessario tradurre i concetti in un linguaggio comprensibile ed efficace. Se cominciamo a fare sul serio abbiamo bisogno di un ragionamento più complesso e di un discorso più semplice.

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Nello spirito del Manifesto non inizio dalla questione, pur dirimente, dell’Ue e dell’euro, perché dobbiamo abituarci a concentrare il nostro discorso sugli elementi propositivi e positivi, e non su quelli negativi e distruttivi. Ho già detto, e ripeto, che il limite maggiore del sovranismo storico (un termine con cui non indico questa o quella organizzazione, ma una cultura, uno stile di pensiero ed un insieme di riflessi mentali che sono anche in me) sta nel presentarsi di fatto come il partito del “No Ue – No euro”, esaltando più il mezzo che il fine e presentando all’esterno il lato più complicato e problematico della propria proposta: cosa che può concorrere a spiegare il minoritarismo di quest’area, nonostante la ricchezza delle intuizioni e delle analisi.

E’ per questo che il Manifesto (che pure sull’Ue dice cose non equivocabili) non parte dalla questione europea ma dalla questione italiana. Una questione che a mio avviso deve essere riassunta nella necessità di ricostruzione di uno stato degno di questo nome, come risposta alle esigenze essenziali degli italiani e di tutti coloro che in Italia vivono e lavorano. Il lavoro, il welfare, l’integrità della persona e dei suoi diritti, la tutela dell’ambiente e, non ultima, la pace, possono essere ottenuti solo invertendo con decisione il mantra del “più mercato, meno stato”.

In particolare dovremmo sviluppare, dal punto di vista analitico, due aspetti finora non adeguatamente considerati. Lo stato deve creare occupazione non semplicemente attraverso il rilancio della domanda, ma attraverso investimenti produttivi diretti, e tali investimenti devono essere effettuati in buona misura nel settore delle tecnologie avanzate, in modo da ridurre sensibilmente le importazioni di tali tecnologie a beneficio della bilancia dei pagamenti che, come sappiamo, è misura del grado di autonomia della politica di un paese. Inoltre, il rafforzamento industriale dell’Italia, ossia l’inversione di un trentennio di deindustrializzazione, è la precondizione per un aumento del peso geopolitico del paese: cosa che ci interessa non come base per penetrazioni di tipo imperialistico, ma come scudo per la tutela delle trasformazioni sociali che vogliamo porre in atto.

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Perché di questo si tratta: piena occupazione (e ritorno allo slogan “lavorare meno, lavorare tutti”), programmazione dell’intervento pubblico, politica ambientale seria, e quindi pianificata, tutto ciò delinea l’inizio di un possibile processo di demercificazione del lavoro e di ripresa del controllo collettivo sulle condizioni di produzione, che ha caratteristiche neosocialiste. Caratteristiche che certo non soddisferanno mai l’ala “pura e dura”, ma che sono sufficienti a scatenare la reazione dei nostri avversari, che giustamente sapranno apprezzare quanto esse, in questa fase, siano radicali, e incompatibili con la gabbia europea.

Non dobbiamo nascondere queste finalità, ma nemmeno dobbiamo insistere retoricamente sulla “lotta al capitalismo”. Dobbiamo farla, questa lotta, insistendo sui temi e sulle parole che maggiormente la motivano presso la stragrande maggioranza delle persone: lavoro, vita degna, pace, e quindi indipendenza nazionale (indipendenza che non significa ovviamente “fare da soli”, ma riacquistare la possibilità di scegliere autonomamente forma e contenuto dei nostri rapporti internazionali).

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La questione dello stato si pone sia come riassunto di tutte le altre iniziative e campagne, sia come terreno di scontro politico immediato e diretto: il rafforzamento dello stato implica inevitabilmente la lotta al regionalismo differenziato, come trincea di una battaglia più generale contro l’istituto regionalistico, a favore della concentrazione delle politiche strategiche e di un allargamento delle competenze e delle risorse dei comuni, nonché degli strumenti di partecipazione e democrazia diretta attivabili a quel livello. Anche dal punto di vista della pubblica amministrazione, inoltre, molti strumenti di politica industriale e sociale devono conoscere momenti di centralizzazione, spiegando ai cittadini che, per come oggi è ridotto lo stato italiano, la centralizzazione favorisce il controllo democratico perché definisce con chiarezza la responsabilità delle scelte. Centralizzare per democratizzare, insomma.

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Per concludere su questo tema, aggiungo che una visione chiara del ruolo dello stato può essere il punto di differenziazione immediato rispetto a tutte le forze politiche finora in campo, nonché il modo per incalzare più da vicino il M5S che mi pare al momento il principale se non l’unico interlocutore possibile della nostra politica. Non c’è nessun punto di contatto con le organizzazioni attuali della sinistra (il che non significa che non si debba sviluppare un’iniziativa nei confronti di una parte rilevante del popolo di sinistra), mentre ve ne sono molti con l’elettorato del M5S e con la discussione che presumibilmente si svolge nel movimento. Un compito che presto ci si parerà davanti sarà quello di evitare che tale discussione precipiti in una convergenza moderata tra M5S e sinistra.

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E veniamo ora all’Ue, sulla quale si deve avere una posizione netta comprensibile a tutti, e nello stesso tempo priva di tratti avventuristici. La cosa è possibile.

L’Unione è una bomba ad orologeria. Passate le fasi acute del confronto Bruxelles-Roma, tutto sembra sopito o attenuato. Ma in realtà i problemi profondi si stanno accentuando e stanno per investirci di nuovo. Il patto franco-tedesco ribadisce il carattere intergovernativo dell’Unione e l’egemonia diadica che la caratterizza, alla faccia della retorica sovranazionale che (solo) in Italia continua ad avere credito. Le successive, recenti schermaglie fra diverse” idee di Europa” sono appunto soltanto schermaglie, esibite in vista delle prossime elezioni, ma non cambiano la natura delle cose. Francia e Germania si accordano per tutelare i propri processi di fusione industriale ed ostacolare quelli di altri membri Ue, e per rendere difficili le operazioni di soggetti extraeuropei. Si accordano, inoltre, per un’accresciuta cooperazione militare che finalmente avvicina la Bundeswehr all’atomica. In cambio, la Germania sostiene la politica africana della Francia e soprattutto ne sostiene il debito pubblico acquistandone i titoli. Quanto alle scelte macroeconomiche, nessuno si aspetti da Macron quello che qualcuno (inutilmente) si attendeva da Hollande. Le ipotesi sul tappeto peggiorano la situazione attuale. Niente bilancio comune, niente eurobond e simili, ma un astruso meccanismo che alla fine costringerebbe i paesi che ricevono prestiti comunitari a ristrutturare i propri debiti e quindi ad esporsi non più al giudizio della Commissione, ma a quello dei mercati finanziari (meccanismo ben descritto da Sergio Cesaratto nel suo Chi non rispetta le regole?). Il prevedibile disastro rovinerebbe, nel caso italiano, prima di tutto le banche, piene di titoli di stato: e così finalmente il nostro risparmio italiani cadrebbe ancor di più in mani altrui.

All’orizzonte, quindi, vi sono nuvole fosche. Tutta l’Europa è inevitabilmente in recessione (viste le strategie export-led che la guidano fin dall’inizio) e la prossima probabile crisi sarà, come sempre, l’occasione per rendere più cogenti i meccanismi di austerity in cambio di qualche velenoso aiutino.

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Tutto ciò conferma quanto già sapevamo e impedisce dubbi e tentennamenti: l’Italia deve uscire dalla gabbia dell’euro e dell’Ue. Questo deve essere il nostro secondo tratto distintivo, non soltanto per ragioni profonde, ma anche, se volete, per motivi di marketing politico: cosa ci distinguerebbe altrimenti, nella prossima campagna per le elezioni europee (che immagino affronteremo con una posizione astensionista) dalla sinistra che ancora illude sé stessa e soprattutto gli altri sulla caritatevole natura dell’Ue?

Detto e ribadito quanto sopra, come comunicare questa scelta strategica? Dobbiamo tener presente che anche se i sentimenti antiunionisti sono significativamente cresciuti rispetto al passato, il terrorismo mediatico e finanziario sarebbe, in caso di scelte più radicali, notevolmente maggiore a quello a cui abbiamo assistito nella recente querelle su qualche punto percentuale, e quindi dobbiamo giungere a tali scelte col massimo di consenso possibile. Tenendo conto del fatto che alla crescita della rabbia sociale (e quindi del radicalismo) fanno da contraltare paure diffuse (“e che succede poi?”, “ma cosa può fare l’Italia da sola?”) che non sono occasionali, ma derivano da esperienze storiche severe (Grecia) o dalla “lunga durata” delle abitudini geopolitiche del paese.

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Si deve quindi da un lato insistere sulle evidenze: è evidente che l’Unione è piuttosto “disunione” europea: si veda la vicenda migranti; è evidente che l’euro ci danneggia: si vedano i risultati economici e si ascoltino le opinioni di decine di economisti, Nobel inclusi; è quindi evidente che così non si può andare avanti. Poi si deve battere sul tasto della responsabilità e della ragionevolezza: chiunque non si prepara all’exit unilaterale è un irresponsabile, perché una grave crisi dello spread può imporre in ogni momento l’uscita; ma noi ragionevolmente preferiamo in prima battuta uscire in maniera negoziata, e intanto lavorare sull’ipotesi di una Confederazione europea di stati sovrani, sia per minimizzare i costi dell’exit, sia per aprire una nuova prospettiva continentale, orientata alla piena occupazione ed alla pace. E’ chiaro che anche quest’ultima proposta sarebbe tale da scatenare una reazione: ma il consenso alla nostra linea sarebbe maggiore, e maggiori i margini di manovra. In ogni caso, c’è sempre l’opzione unilaterale.

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Non si tratta, peraltro, solo di questioni retoriche. L’idea, remota quanto si vuole, di una Confederazione risponde ad esigenze strategiche non secondarie. L’exit, comunque declinata, rompe di fatto una posizione geopolitica che data più o meno dal 1945. Una simile rottura implica mutamenti, oltre che nelle alleanze internazionali, nelle alleanze sociali interne e nello stesso apparato di stato: cose che non si realizzano dall’oggi al domani. E’ assolutamente vero che questa fase storica di “multipolarizzazione” del mondo ci apre prospettive mai viste prima (senza le quali non si potrebbe nemmeno accennare all’ exit) e che la rabbia del popolo italiano può crescere e riuscire a motivare una battaglia assai aspra: lo scontro imperialistico mondiale e lo scontro sociale interno sono la realtà che legittima e rende fattibili le nostre proposte. Ma proprio per massimizzare le possibilità che si aprono è opportuno ricordare che l’Italia (per dimensioni, per caratteristiche economiche e militari) non può fare scelte decisive se non approfittando dei conflitti fra diverse, superiori potenze. Ed essendo disposta ad alleanze mutevoli e spurie. Ad esempio: una rottura con l’Ue porterebbe anche un governo popolare, di fatto, nelle braccia degli Usa, rendendo ancora più cogente il rapporto storico di subalternità. Dobbiamo e possiamo decisamente escludere questa possibilità? Realisticamente, credo di no. Ma una simile situazione avrebbe, come è ovvio, forti elementi negativi (gli Usa potrebbero appoggiare un superamento dell’austerity europea, ma non necessariamente un’Italexit) e di rischio (tutto ci legherebbe maggiormente ad una politica bellicista). Si dirà: c’è la Russia, e soprattutto la Cina. Bene (e l’esito dello scontro attuale sulla Via della Seta ci dirà molte cose in proposito): ma nulla assicura che l’una abbia la forza e l’altra la volontà di sostenere un’Italexit, considerata anche la preferenza che la Cina sembra dimostrare, almeno oggi, per l’equilibrio, piuttosto che per lo squilibrio.

E’ in questo contesto che la proposta della Confederazione prende corpo: per giocare (questa volta dal lato dell’Europa), sul conflitto Usa/Unione, e per ampliare il numero degli interlocutori possibili e lo spazio del nostro “gioco”. E qualora questa strada fosse del tuto impraticabile si potrebbe lavorare ad una proposta che affianchi (e in parte compensi) la rottura economica con un’alleanza politica volta ad arginare l’aggressività Usa.

Il tutto può sembrare bizantino solo a chi non vuol capire che la questione dell’exit non è solo questione economica, e che quando si passa alla geopolitica si deve tener conto di rapporti di forza elementari. Se vogliamo veramente uscire dalla prigione, se incominciamo a fare sul serio, dobbiamo ragionare così: magari proponendo soluzioni diverse da quelle qui ipotizzate, ma senza sfuggire alla pesantezza dei problemi. Forse qualcuno di coloro che finora hanno riassunto la propria battaglia nello slogan “no euro”, e che in nome di questo hanno subito attacchi ed isolamento, può temere che queste articolazioni del discorso portino ad un accantonamento dell’obiettivo (obiettivo che però – ricordo – è un mezzo). Ma qui non si tratta di abbandonare l’idea della rottura, bensì dei diversi modi possibili di parlarne. Anzi, di metterla in pratica: parlarne è molto più facile.