ATTIVO NAZIONALE di RINASCITA!
Roma, 16 Settembre 2018

 

 

Sintesi della relazione

 

Mimmo Porcaro

 

attivo

 

1. UN MONDO IN FRANTUMI

Negli ultimi tempi le ipotesi fondamentali su cui è nata Rinascita! hanno ricevuto ampia conferma.
La crisi geopolitica mondiale e, come parte di questa, la crisi dell’Unione europea si approfondiscono.
E’ evidente la tendenza all’aumento dei conflitti, e quindi al multipolarismo.
Non si è ancora concluso lo scontro in Siria, che già gli Stati Uniti valutano quello con l’Iran.
In risposta, gli avversari aumentano la loro tendenza alla coalizione.
Le cose non esplodono sia per la prudenza russa e cinese, sia per l’evidente crisi di comando degli Stati Uniti: ma l’unica soluzione visibile è quella dell’approfondimento dello scontro.
Questo vale anche per l’Unione europea: il patto franco-tedesco non offre nessuna soluzione egemonica e si limita a rintuzzare gli effetti della crisi mentre continua ad approfondirne le cause.
Lo scontro più importante oggi non è quello tra il “Gruppo di Visegrad” e gli altri, ma quello tra le vittime italiane della globalizzazione e dell’euro, che sostengono il governo attuale, e le forze sociali che sostengono la svolta a destra della Germania.
E’ insomma un conflitto diretto tra Italia e Germania, e non è poco.
Per adesso si tenta di risolvere la cosa con i vecchi strumenti della voce grossa e delle
piccole mediazioni.
Si vedrà.
Per altro verso su Libia e migranti si inasprisce il conflitto con la Francia. Ma è chiaro che anche se nessuno dei contendenti, per ora, può o vuole rompere il gioco, tutto può sfuggire di mano a chiunque in qualunque momento. Anche in Europa, infatti, non si vede all’orizzonte nessuna riforma capace quantomeno di sedare o soffocare i conflitti.

2. IL “RITORNO” DELLE NAZIONI

Le nazioni, soprattutto quelle più forti, non sono mai veramente scomparse dietro le istituzioni della globalizzazione.
Le regole apparentemente neutrali che vigevano (e, almeno in Unione europea ancora vigono) nella fase ascendente della
globalizzazione erano e sono, in realtà, la sanzione e la normalizzazione del dominio di alcune nazioni su altre.
La stessa espansione delle imprese transnazionali e la stessa porosità delle frontiere che ha consentito questa espansione,
sarebbero state impossibili senza l’azione politico–militare degli Stati Uniti.
I profondi squilibri così creati in tutto il mondo e all’interno della stessa metropoli imperialista, suscitano ora una reazione che riporta in luce quei contrasti fra stati nazionali che sembravano sopiti nei decenni trascorsi.
La rinazionalizzazione conflittuale della politica non è l’effetto dell’azione dei sovranisti ma di quella dei liberisti: è il risultato delle diseguaglianze create dalla globalizzazione.
Tale rinazionalizzazione è un fatto positivo; essa può senz’altro favorire formazioni di destra, ma può anche finalmente aprire uno spiraglio alle lotte popolari perché può ricondurre nelle mani dei cittadini quelle decisioni che prima erano necessariamente ed inevitabilmente in mano ai capitalisti.
Si conferma così una fase di instabilità sistemica che non è soltanto un rischio, ma anche una opportunità per uno stato nazionale che voglia riconquistare sovranità.
Ciò non significa che le nazioni possano “fare da sole”: in un mondo turbolento nessuno (e tantomeno una media potenza come l’Italia) può fare da solo.
Ma significa che le nazioni possono finalmente scegliere di cambiare collocazione ed alleanze in funzione dei propri interessi.
E significa che le classi subalterne possono finalmente decidere di mutare la posizione geopolitica del paese se essa, come da
decenni avviene in Italia, è la causa principale delle politiche antipopolari.
Rinascita! si è costituita anche, e forse soprattutto, per accrescere la consapevolezza del nesso tra interesse di classe ed interesse nazionale, e della potenza che la valorizzazione di questo nesso potrebbe conferire alle lotte dei ceti popolari italiani.

3. DISAVVENTURE DELLA SINISTRA LIBERISTA. NASCITA DI UNA SINISTRA NAZIONALE

Crisi della globalizzazione e rinazionalizzazione della politica stanno portando allo sfacelo la sinistra liberista, sia nella
versione moderata che in quella radicale.
In Italia questo fenomeno potrebbe addirittura assumere una forma analoga a quella della sostituzione del Pasok con Syriza,
se non fosse che nessuna formazione e nessun esponente della sinistra radicale nostrana può vantare quel “carisma di novità” così efficacemente (e illusoriamente) esibito da Tsipras.
Ciò che però qui ci interessa è sottolineare come altrove si siano verificate delle importanti rotture nei confronti del liberismo
integrale del “socialismo” europeo e nei confronti dello stesso neoanarchismo semi-liberista della sinistra radicale: Corbyn, Mélenchon, Wagenknecht (che guarda caso agiscono in paesi che hanno da poco riconquistato una piena sovranità o che potrebbero comunque farlo molto più facilmente della nostra riluttante Italia) hanno aperto, pur se in modi diversi, sentieri
che dovremmo percorrere anche noi, contrastando l’ovvia tendenza nostrana a banalizzare tutto e a far finta di nulla.
Sentieri che in un modo o nell’altro portano ad una sinistra nazionale, capace cioè di prendere le mosse dalle esigenze specifiche dei lavoratori presenti in ogni singolo stato, per poi coordinarsi con analoghe esperienze estere

4. LA “SOLUZIONE” GIALLOVERDE

Data la latitanza della sinistra, nel nostro paese le esigenze della rinazionalizzazione sono rappresentate dal governo gialloverde.
Per comprendere la funzione di questo governo bisogna cogliere i due elementi essenziali che lo distinguono da tutti i governi degli ultimi decenni.

1) Esso è l’espressione politica di quella coalizione tra frazioni più deboli del lavoro subalterno e frazioni più deboli della piccola e media impresa, che qualcuno avrebbe dovuto creare consapevolmente e che si è invece imposta nei fatti: una coalizione che pur essendo egemonizzata dalla parte borghese, chiede comunque al governo politiche di redistribuzione.

2) Per la prima volta dalla costituzione dell’Unione europea, all’interno di un governo italiano vi sono posizioni che anche se non progettano, senz’altro non escludono la rottura con l’euro e con l’Unione.

La combinazione di questi due fattori fa sì che la funzione del governo sia, nonostante l’egemonia del capitalismo nazionale e le posizioni inaccettabili su molti piani, una funzione progressiva perché pone questioni da lungo tempo rimosse dalla scena politica italiana (redistribuzione del reddito, ripubblicizzazione dell’economia, italexit) e così facendo mette anche alla prova la reale capacità della Lega e del M5S di gestire tali questioni.
Chiunque la pensa diversamente dovrebbe chiedersi se oggi un “governo del Presidente” (o qualunque altra soluzione che facesse riemergere il PD) possa essere considerato migliore dell’esecutivo attuale. Che deve quindi essere incalzato quando redistribuisce, ripubblicizza, confligge con Bruxelles; che deve essere contrastato nelle sue scelte peggiori, ma non fino al punto, per ora, di provocarne la caduta.
Questo giudizio non sarebbe però completo se non sottolineasse anche i pesanti elementi di continuità di questo governo con la tradizione della destra italiana.
Per molti versi si tratta di una riedizione del “partito del deficit” che in questi anni ha conteso il campo al “partito del rigore” ossia alla sinistra “scalfarizzata”. Il partito del deficit tenta di aumentare la domanda non aumentando occupazione e salari, ma distribuendo mance e riducendo le tasse; non disdegna l’inflazione e non disdegnerebbe la svalutazione (inflazione e svalutazione che non sono il mostro paventato dalla sinistra liberista, ma che da sole non sono affatto una risposta realmente progressiva); è quindi euroscettico, ma in genere non si spinge più in là non disdegna nemmeno l’esistenza di alcune imprese pubbliche, utili come centro di potere; tappa le eventuali falle del consenso costruendo vari capri espiatori e proponendo soluzioni forcaiole; pratica, sì, una politica estera parzialmente distinta dal rigoroso occidentalismo della sinistra, ma lo fa solo dopo aver rafforzato i propri rapporti servili con gli Stati Uniti. Anche se è più radicale nei confronti dell’Unione europea, ed è costretto a tamponare le più gravi situazioni di povertà, il presente governo ha tutti i tratti del partito del deficit: meno tasse, più spese, niente piena occupazione.
I tentativi di ripubblicizzazione dell’economia del M5S sono per ora troppo timidi e settoriali. Netta è invece la subordinazione del governo agli Usa, resa evidente non solo dal viaggio di Conte a Washington, ma anche dall’incontro Salvini-Orban, che prima di riguardare la costruzione del fronte sovranista continentale, riguarda la costruzione del partito americano in Europa.

 

5. UN ABBOZZO DI ALTERNATIVA

Le caratteristiche suddette impediscono al governo di rispondere pienamente alle domande popolari. Ciò non comporterà necessariamente una rapida disaffezione dell’elettorato gialloverde, giacché Di Maio e Salvini sembrano comunque il “nuovo”, e le loro carenze possono essere imputate, per un certo periodo, alle resistenze degli avversari.

Né vuol dire che l’ideologia ed il programma del governo non possano mutare: anche i liberisti, alla bisogna, diventano statalisti, soprattutto quando sanno o sperano di poter controllare lo stato.

Vuol dire però che l’appoggio popolare a questa coalizione non ha ancora basi durature e, soprattutto, che una eventuale italexit (comunque benvenuta) non verrebbe gestita dal governo in maniera progressiva, ma con il solo ricorso a svalutazione ed inflazione senza il necessario programma di riorganizzazione dell’economia italiana.

E comporterebbe inevitabilmente un mortifero rapporto con gli Usa e con la loro politica di guerra, pericolosissima per la sicurezza e per l’economia del paese.

E’ su queste contraddizioni (e non certo manifestando insieme al PD contro il “fascismo” e contro l’inaccettabile interpretazione salviniana della peraltro inevitabile regolazione dei flussi migratori) che si può iniziare a costruire una politica di contrasto sia al liberismo nazionale dei gialloverdi sia alla sinistra globalista.

Elenchiamo allora i punti essenziali di un programma, e facciamolo prima di tutto come opera di chiarimento per noi stessi, sapendo che tali punti non possono essere tradotti immediatamente in slogan aventi efficacia di massa, ma richiedono affinamenti analitici e non solo comunicativi.

L’idea di base è che il paese non rinasce e non costruisce la piena occupazione e i necessari programmi di risanamento ambientale e infrastrutturale se non inventa un nuovo modello di economia mista a direzione pubblica.

  • Precondizione fondamentale dell’attuazione di un tale modello è la ricostruzione quantitativa e la modifica qualitativa dell’apparato di stato e del lavoro pubblico, attraverso processi di reinternalizzazione e ricentralizzazione ed attraverso l’assunzione di giovani generazioni di lavoratori a cui offrire non solo un lavoro, ma la missione di rimettere in piedi il paese.
  • Il finanziamento dell’azione pubblica deve avvenire attraverso la combinazione della progressività dell’imposizione fiscale, della raccolta del risparmio domestico in funzione direttamente produttiva, della monetizzazione del debito (fine dell’autonomia della banca centrale). Gli effetti inflattivi di quest’ultima misura possono essere compensati dall’uso del debito stesso come leva di aumento della produttività del sistema.
  • Considerando, poi, il contenuto dell’azione pubblica, va detto che non è necessaria soltanto un’espansione della domanda, ma anche una politica dell’offerta, ossia un intervento diretto di trasformazione delle caratteristiche industriali del paese, anche con la creazione di un polo di produzione e diffusione di alta tecnologia, necessario sia per dinamizzare l’intero sistema, sia per ridurre la dipendenza del paese dalle importazioni.
  • L’innovazione tecnologica non può diffondersi ed essere realmente efficace senza una contemporanea innovazione nei rapporti sociali che valorizzi la flessibilità, la cooperazione orizzontale, la costante comunicazione tra livelli diversi che caratterizza da tempo tutto il lavoro, pubblico e privato. Portare alla luce, riconoscere e remunerare queste caratteristiche del lavoro consentirebbe anche di ridurre il gap tra funzioni qualificate e funzioni dequalificate, e con esso il solco culturale e politico che divide oggi i lavoratori.
  • Lo sviluppo del settore pubblico richiede la creazione di contrappesi per ridurre le inevitabili tendenze degenerative di ogni tipo di istituzione. Devono e possono essere evitate le caratteristiche istituzionali e gestionali che hanno fatto degenerare l’economia mista, facilitando così il suo smantellamento (che sarebbe peraltro comunque avvenuto). Ma, soprattutto, la vasta rete di associazioni civiche e sindacali e più in generale l’autorganizzazione dei cittadini devono tradursi nella costruzione di istituzioni popolari che, costituzionalmente tutelate ma autonome dai poteri formali dello Stato, bilancino l’apparato pubblico, possano controllarlo, incalzarlo, e quando necessario contrastarlo.
  • Tutto ciò, che peraltro è solo lo scheletro di un modello economico-sociale, è possibile soltanto in una nuova dimensione geopolitica. Sono inevitabili, anche se possono avere tempi e modi diversi, la rottura con l’euro e con l’Unione e la costruzione di aree economiche cooperative favorevoli alla regolazione dei flussi di capitali e alle politiche pro-labour. In un primo momento si dovrà puntare soprattutto su nuove alleanze con Russia, Cina, Iran, India; successivamente si dovrà tentare la costruzione di un’area economica euromediterranea, continuando comunque a proporre all’intero continente l’idea di una  confederazione europea di stati sovrani, uniti da una politica di pace all’esterno e di redistribuzione all’interno.

 

6. UN PROGRAMMA SOCIALISTA

Giova dire che un simile programma, pur essendo poco più di un onesto programma riformista, ha di fatto una portata rivoluzionaria, sia perché in Italia nulla del genere è stato mai attuato, sia perché viene proposto oggi, dopo decenni di liberismo e di smantellamento degli apparati dello stato. Questo programma comporta un mutamento dei rapporti di proprietà e quindi riapre il discorso del socialismo: la piena occupazione infatti, anche se non costituisce un superamento del rapporto salariale (nemmeno se si accompagna a forti riduzioni dell’orario di lavoro), diminuisce però fortemente quel ricatto della fame che è una delle componenti della schiavitù salariale e rende così possibile avanzamenti ulteriori.
Così come, d’altra parte, una nuova proprietà pubblica costituisce un importante campo di sperimentazione per un
socialismo diverso sia dal mero intervento regolatore sia dalla pianificazione integrale.
Inoltre, definire come socialista il nostro programma (qualunque nome venga poi scelto nell’ambito della propaganda)
ci serve ad essere sempre consapevoli del suo carattere radicale e dunque della durezza delle reazioni che susciterebbe e della serietà dell’impegno da esso richiesto.