politicamente

 

di Carlo FORMENTI

 

Apprendo che il fascicolo n° 6/2018” di “Micromega” è un numero monografico dal titolo “Contro il politicamente corretto”, per cui mi dico: finalmente una buona notizia.

Il compiacimento è giustificato dal fatto che “Micromega” ha, fra gli altri, il merito di avere ospitato le critiche di Nancy Fraser alla svolta neoliberista del femminismo mainstream; di avere dato ampio spazio, anche con un mio articolo, al bel libro dell’antropologo svedese Jonathan Friedman “Politicamente corretto. Il conformismo morale come regime”, (ed. Meltemi); di avere pubblicato il saggio/beffa (volutamente infarcito di idiozie “politicamente corrette”) che Peter Boghossian e James Lindsay sono riusciti a far accettare da una rivista di gender studies.

Mi aspetto dunque di leggere contributi particolarmente stimolanti, invece resto deluso e provo a spiegare perché.
In primo luogo, i grandi temi della politica e dell’economia sembrano essere stati marginalizzati, se non esclusi, benché il dibattito che suscitano contenga un ampio repertorio di parole, idee e categorie – populismo, sovranismo, nazionalismo, razzismo, indebitamento pubblico, assistenzialismo, statalismo, ecc. – utilizzate per etichettare, squalificare, criminalizzare partiti, movimenti e posizioni classificate come “politicamente scorrette”.

Viceversa la maggior parte degli articoli contenuti nel fascicolo si concentrano sulla doppia coppia oppositiva religione/laicismo, tolleranza/intolleranza, oppure disquisiscono su meriti e demeriti, eccessi o giustificazioni del movimento Me Too.

Parto da quest’ultimo soggetto. Merita il plauso un breve intervento di Eva Cantarella, la quale: 1) denuncia i riti disgustosi di una “caccia alle streghe” che celebra i propri processi su media e social network, espropriando i tribunali della funzione di appurare l’esistenza o meno dei reati denunciati (e gli accusati di difendersi, e/o di vedersi risarciti in caso di comprovata innocenza);
2) paventa il contagio dei Paesi europei da parte dell’ondata di puritanesimo e ipocrisia che ha investito gli Stati Uniti.

Per il resto leggo articoli che, se ovviamente criticano gli “eccessi” indifendibili di Me Too e del fanatismo gender (come i roghi di libri politicamente scorretti e le richieste di censura che evocano memorie del ventennio nazifascista), lo fanno non senza aggiungere imbarazzanti distinguo, di cui offro qui di seguito due esempi.

Chiara Saraceno non considera sbagliata la caccia alle tracce di oppressione di genere nelle culture del passato, anche se le sembra più problematica (problematica, non delirante!) la pretesa di eliminare totalmente dai curricula opere letterarie e artistiche che potrebbero essere considerate insultanti da questa o quella minoranza (non mettiamo le braghe ai nudi di Michelangelo, forse basta applicargli una foglia di fico?). E difende da “facili ironie” (!?) l’iniziativa della Penguin che pare si appresti a mettere bollini rosa (o di altro colore) che certificano che questo o quel prodotto editoriale non urta la suscettibilità di questo o quel militante LQGBT.

Gloria Origgi fa spallucce: gli eccessi nascono dalle manie di esigue minoranze accademiche “squisitamente americane”, convinte che il linguaggio non rifletta ma crei determinati rapporti di oppressione. Giusto, ma poi scrive: “Calmiamoci (sic) dunque subito dal denunciare i rischi del politicamente corretto perché certo qui da noi non li stiamo correndo e il trionfo che vediamo è piuttosto quello della più tracotante e scostumata scorrettezza linguistica e morale”.

Forse Origgi non vive “qui da noi” per cui certi rischi le sfuggono. Ciò detto, è da sottolineare l’associazione fra scorrettezza linguistica e morale perché, come spiega Friedman, la denuncia della scorrettezza (a essere scorretti sono sempre gli altri) è una tecnica di comunicazione politica che mira a squalificare moralmente l’avversario.

Passiamo agli interventi più impegnativi. Mi riservo di ritornare in altra sede sul saggio di Marcel Gauchet (“la fine della dominazione maschile”) che almeno ha il merito di fare piazza pulita delle anacronistiche polemiche contro il patriarcato: la dominazione maschile si è dissolta in tempi storici brevissimi, e in misura così radicale da aver lasciato il posto a una sorta di nuovo regime simbolico, fondato sull’autorità del materno.

Tuttavia Gauchet si limita a una descrizione “fenomenologica” dell’evento, senza indagarne a fondo le cause (a parte i riferimenti all’impatto delle nuove tecnologie della procreazione sui rapporti fra generi): nemmeno una parola sulla femminilizzazione del lavoro, o sull’interesse capitalistico all’individualizzazione (cfr. Nancy Fraser) e alla neutralizzazione della differenza sessuale (cfr. Luisa Muraro) della forza lavoro.

Vengo infine al saggio introduttivo di Paolo Flores D’Arcais, “Il politicamente corretto, oppio della sinistra”. Il titolo suona promettente e, in effetti, l’incipit coglie un nodo cruciale: il femminismo e gli altri ismi dei nuovi movimenti, che pure hanno progressivamente rimpiazzato la logica di classe del marxismo con la logica del riconoscimento identitario, hanno inconsapevolmente ereditato da quest’ultimo l’ossessione per la ricerca di un Soggetto salvifico (le donne, o chi per loro, al posto degli operai).

Condivido, il guaio è che Flores parte da lì per sviluppare, in nome della unicità, irripetibilità e singolarità dell’individuo, una critica radicale della comunità in quanto tale: non si tratta solo di denunciare i rischi di un multiculturalismo che genera autoghettizzazione, bensì di squalificare una logica che “annienta quel ciascuno che tutti noi siamo, esistenze singolari attorno a un nucleo di opinione irriducibilmente libera”.

Purtroppo sappiamo dove porta la società dei “liberi” individui: alla sopraffazione del debole da parte del forte, al monopolio del potere politico ed economico, ivi compreso il monopolio sulla verità gestito dai media, che trasforma l’opinione “irriducibilmente libera” in una derisoria barzelletta.

E guaio ancora peggiore è che Flores identifica la minaccia del politicamente corretto con il “cedimento” dell’Occidente nei confronti delle credenze e dei valori religiosi altrui: libertà e tolleranza si ritirano di fronte all’incalzare di integralismo e intolleranza (ricordate Houellebecq?).

Posto che nessuno mi convincerà mai ad erigere Charlie Hebdo e soci a campioni di libertà e tolleranza (a prescindere dalla condanna della violenza di cui sono stati vittime), mi chiedo da dove tragga Flores questa visione di un Occidente che “cede” alle altre culture.

Mi pare sia stato l’Occidente – e non viceversa – a scatenare criminali guerre neocoloniali contro i popoli africani e mediorientali (per esportare democrazia e libertà!?) e mi pare che sia stato l’Occidente ad armare e finanziare Al Qaeda (come tuttora fa in Siria) in funzione antirussa.

L’illuminismo che piace a Flores non è mai stato, non è e non sarà mai “innocente”: è stato, è e sarà sempre l’incubatore dello sfruttamento capitalistico e dell’imperialismo occidentali.

E, almeno da questo punto di vista, il politicamente corretto non c’entra.