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di UGO BOGHETTA

 

La presentazione del Manifesto per la Sovranità Costituzionale ha suscitato attenzione e consensi, ma anche dissensi e critiche. E’ normale. Per questi motivi, in questo scritto, cercherò di dar conto – dal mio punto di vista – del percorso fatto e dell’approccio che ha portato alla stesura del Manifesto in questa forma. Il tutto tenendo conto delle obiezioni avanzate in modo critico ma costruttivo. Di tutti gli altri: “Non ti curar di lor ma guarda e passa“.

Va detto in primo luogo, che il Manifesto è il frutto della convergenza di associazioni che provengono da esperienze diverse. Rinascita! nasce dal rifiuto di aderire all’esperienza di Potere al Popolo in quanto segnata dall’autoreferenzialità e dal sinistrismo. PeC nasce dal fallimento della sinistra di mezzo. Mentre Senso Comune prende il via da una lettura del populismo in senso democratico. Ciò significa che c’è tanta strada da fare. E’ tuttavia di buon auspicio che questa convergenza si sia sviluppata in modo così rapido. Con altri, ad esempio Marx21, il confronto è aperto. Il FSI ha rifiutato la proposta.

Nonostante queste diverse provenienze la discussione tuttavia è stata convergente sui temi principali.

L’obiettivo condiviso è quello di costruire un campo, un’area, un soggetto politico sovranista, costituzionale, socialista. La ricerca è stata quella di capire quale fosse il modo migliore per impostare e comunicare le questioni principali. Solo il tema dell’ immigrazione ha comportato una discussione di merito partendo da posizioni in parte diverse o, come spesso accade rispetto a questo argomento, da malintesi. La posizione assunta è quella della solidarietà internazionalista per il diritto a non essere costretti ad emigrare, e regolazione e controllo dei flussi per poter consentire una vera integrazione ed evitare, non a chiacchiere, la guerra fra poveri ed i rigurgiti razzisti e fascisti.

Il tratto comune è l’uscita dalla sinistra. Per questo motivo dobbiamo continuare a combattere contro il sinistrismo che è ancora in noi: in tutti noi.

Ritengo, infatti, che questa sia una questione decisiva e dirimente per costruire qualcosa di nuovo. E’ necessario un profondo lavoro ideologico, culturale e politico. Ciò da cui bisogna prendere le distanze è il cosmopolitismo come forma del liberismo, ma anche quell’esperienza e cultura che, nata No-global a partire dall’occupazione di Marcos e degli zapatisti di San Cristobal del Las Casas per protestare contro il Nafta è, via via, diventata Pro-global e No-border.

Una sinistra che variamente si balocca con la modifiche dei trattati europei ma lascia comunque intatta l’Unione e, soprattutto, l’euro. Moneta evidentemente ritenuta internazionalista: che unisce i popoli. Visione del mondo che porta all’anti-nazione, all’anti-patriottismo. Ma che è anche caratterizzata dall’anti-statalismo a favore di generici ed equivoci beni comuni, o delle città ribelli: vedi le recenti dichiarazioni dell’ineffabile De Magistris! Per finire con i migranti, nuovi soggetti rivoluzionari.

Si mettono in seconda linea le cause di questo tragico esodo per concentrarsi su di un’accoglienza che riempie le tasche di alcuni ed il vuoto ideologico di altri. In questo modo si alimenta lo scontro fra poveri.

L’approccio è stato quello di evitare il già detto, il già visto e di cadere nella padella della destra o nella brace della cosiddetta sinistra.

A tal fine abbiamo scelto la Costituzione del ’48 e la sua attuazione come chiave di lettura e rottura della fase in cui versa il paese. Ed è a partire da questa che deve risultare alle masse ed ai cittadini italiani l’incompatibilità ideale, sociale e politica con l’Unione Europea.

Dobbiamo sollevare il problema democratico, ma ancor più la differenza abissale di modello: ordoliberista l’uno, solidarista a base pubblica e tendenzialmente socialista la nostra Carta.

E poiché la situazione dell’Unione è in stallo: non può diventare un super stato e non sanno tornare indietro, abbiamo scelto di avanzare una nostra proposta in positivo: una Confederazione di Stati Sovrani.

Come questo possa accadere lo diranno le contraddizioni, i rapporti di forza, le occasioni. E la rivendicazione della sovranità monetaria viene specificata in quanto finalizzata ad attuare la Costituzione: lavoro, istruzione, sanità ecc ecc e non solo per praticare mere svalutazioni.

Un sovranismo come mezzo dunque e non come fine a se stesso. Sovranità che richiede inevitabilmente, non per vizio estremistico, il controllo dei capitali, dei mercati, delle merci ed anche delle persone. Altrimenti che sovranità popolare sarebbe?!?

In buona sostanza ci siamo scientemente voluti sfilare da un’oziosa e onanista discussione in merito all’uscita dall’euro. La situazione infatti è tale per cui, o l’Unione implode, poco importa se governata dal centrosinistra o dal centrodestra, o implodono i paesi periferici e le loro masse popolari.
La Costituzione, nella misura in cui si riuscirà progressivamente ad attuare, porterà inevitabilmente alla rottura con l’Unione o, visto il peso dell’Italia, a poter discutere concretamente di un assetto confederale. È in questa prospettiva che diventa importante avere un altro progetto di unità europea da contrapporre al TINA.
La Costituzione, pertanto, è contemporaneamente il nostro piano A e piano B.

Ed è in questo modo che approcceremo le questioni internazionali: Nato, Mediterraneo, Russia, Cina. La nostra Carta infatti, partendo dall’interesse nazionale e popolare e da un modello di società solidale, disegna relazioni internazionali fondate sulla cooperazione e la pace.

Ed è in questo quadro, ed in questo senso, che il Manifesto pone una forte enfasi su Patria e Patriottismo Costituzionale non basati sul sangue e dunque non nazionalisti. Un esempio di differenza lo abbiamo avuto con Salvini che ciarla di sovranismo ma poi si inchina agli Usa contro la sovranità del Venezuela. Sovranità, per altro, condivisa dall’ONU ma non dall’Unione?!?

Ma per reggere i futuri scenari bisogna avere anche la consapevolezza che è necessaria la costruzione di un popolo determinato e coeso che abbandoni vizi e stereotipi autorazzisti.

La scelta della Costituzione come paradigma di riferimento è dovuta al fatto che è l’unico riferimento generale e positivo per gran parte del popolo italiano. Ora lo è in modo generico anche per il fatto che gran parte delle forze politiche, per un verso o per l’altro, non la assumono affatto o fino in fondo. E’ troppo avanzata, troppo sovranista e troppo socialista.

Il sovranismo e patriottismo costituzionale intendono inoltre sottrarre alle varie destre il monopolio della patria, della nazione, dell’interesse nazionale. Cosa di cui le sinistre sono colpevoli avendo abiurato alla propria storia che, in larga parte è stata lotta di classe nella lotta di liberazione a partire dalla Resistenza e continuare con quelle dei popoli oppressi.

La Costituzione è anche una scelta che parla di protezione, sicurezza sociale, comunità. La Costitutizione chiede ascolto, rispetto, dignità.

Siamo ben coscienti che la Costituzione attuale è una foglia di fico che, quando non riescono a stravolgerla, viene usata per giustificare qualsiasi nefandezza utilizzando la neolingua orwelliana: lavoro è precarietà, pace è guerra, unità è regionalismo osceno e via dicendo.

Quello che va capito è che la questione della Costituzione è il punto di dura battaglia contro-egemonica che va strappato all’utilizzo nefando da parte dei Mattarella e tutta la piramide che sta a destra e a sinistra. Tutta la cosiddetta seconda repubblica è stata infatti una lotta per svuotarla. C’è stato un golpe strisciante, un’eversione della classi dirigenti che, guarda caso, comincia in vista dell’Unione (separazione Banca d’Italia) e si solidifica attorno alla firma del trattato di Maastricht: Mani Pulite, leggi maggioritarie ecc ecc. Il tutto, avrebbe detto Preve, gestito dal Partito Articolato del Capitale.

Ma questa scelta è anche una scelta di campo fuori dal sinistrismo. É competizione con il sovranismo/populismo diversificato della Lega e del M5S. Ed è proprio l’essere nel medesimo campo che ci porta ad un atteggiamento articolato nei confronti del governo gialloverde in quanto espressione di quel blocco popolare, ma a guida moderata, che il 4 marzo scorso ha votato a maggioranza contro le politiche dell’austerità.

Ed è proprio l’appartenenza a questo campo che ci deve portare ad un duro scontro con la Lega. Ad esempio sul tema dei migranti per una politica di controllo dei flussi senza xenofobia e razzismo. E ad un approccio articolato tutto da costruire con il M5S.

Infine, ci siamo dati il compito di reintrodurre nel lessico politico la questione del socialismo senza la quale siamo e continueremo ad essere naufraghi senza bussola.

il Manifesto cita anche la relazione con il cristianesimo sociale. Questione che ha suscitato qualche critica. Il fatto è che questo è un tema non eludibibile se si vuole far politica in questo paese. La Costituzione non sarebbe la stessa se nella Costituente, accanto a comunisti e socialisti, non ci fosse stata una componente cattolica avanzata. A volte molto avanzata. Pensiamo alla proposta di Dossetti di inserire nella Carta il diritto a ribellarsi. Anche il ’68 non sarebbe stato lo stesso senza il radicalismo dei cristiani. Potremmo citare anche le esperienze latinoamericane.

In buona sostanza dobbiamo resettarci. Uscire dalla logica individualista dei “I like”: è buono in generale ciò che piace a me. Ma anche mettere in discussione slogan con obiettivi giusti ma ormai inascoltabili e ripetuti così stancamente che chi lo fa sembra un alcolista anonimo che ripete la solita frase per sostenere la sua intrinseca debolezza.

Anche vecchi obiettivi vanno declinati in modo nuovo, adeguato ai rapporti di forza e, si sarebbe detto un tempo, alla coscienza delle masse. Ci sono poi nodi che possono essere sciolti solo dopo avere districato quelli precedenti. È quindi inutile cercare il pelo in un uovo non ancora deposto ed in un contesto ancora indistinto. Per altre questioni ci aiuta Mao e gli scritti sulle contraddizioni. Ad esempio, è principale la rottura dell’Unione o la rottura con gli Usa?

Certi atteggiamenti sono comprensibili in quanto risultato di anni di impotenza pratica e del rifugiarsi in gruppi sempre più piccoli e omogenei dediti alla ricerca della pietra filosofale o la teoria del tutto. Sono anche il risultato di una disabitudine alla costruzione di una linea politica di massa e di analisi della situazione concreta.

Mancando il soggetto politico collettivo non può che accadere anche questo.

Tutto ciò ha portato alla perdita di senso critico e autocritico. La sinistra ha perso la capacità adattativa, dice Fagan. Capacità adattativa che non è opportunismo ma intelligenza di capire come si deve agire in un mondo è cambiato. Mondo in cui, rispetto ai poteri capitalisti, saremo sempre un passo indietro, come Achille rispetto alla tartaruga, finché non avremo capovolto i rapporti di forza.

Per ora mi fermo qui ricordando e sottolineando che il Manifesto non è un documento programmatico, non è una piattaforma politica, ma è un quadro di riferimento. L’Importanza di un quadro di riferimento,”frame” direbbero gli inglesi, sta nella possibilità di connettere a questo tutti i bisogni e conflitti che nascono nella società.

Questi si agganciano al Quadro più forte come sono oggi Lega e M5S. Oppure si disperdono. L’esperienza del M5S ci dice però che questo quadro di riferimento deve essere solido, ben fondato, altrimenti quando si giunge al dunque nascono pesanti problemi. La questione è sotto gli occhi di tutti.

Ovviamente un quadro di riferimento non basta. Deve diventare: “Pane e salame“, affondare le radici nella vita di tutti i giorni.

Per questo, nel prossimo articolo, vorrei avanzare alcuni ragionamenti e proposte su come andare avanti dopo l’Assemblea del 9 Marzo.

In primo luogo, vorrei proporre la necessità di un documento programmatico o una piattaforma politica dentro il quadro del Manifesto. Un’elaborazione da fare in modo collettivo e partecipato ma che eviti come la peste un altro vizio: “l’elenchismo”.

Un programma, una piattaforma non è un elenco, una sommatoria ma una scelta, una selezione, una sintesi. Gli elenchi sono la dimostrazione di difetti di analisi. Aggiungerei il tema dell’approccio alle prossime europee. E ragionamenti su alcune campagne.