Podemos

 

di CARLO FORMENTI

 

In margine ai risultati elettorali spagnoli. Vedo che c’è chi si consola con il fatto che la secca sconfitta di Podemos è meno disastrosa di quanto prevedessero i sondaggi (perde “solo” il 5/6% invece del 10.).

Io credo invece che si tratti di una botta durissima che si misura meno in cifre che con l’euforica battuta di Cazzullo sul Corriere di oggi: “Lui (cioè Iglesias) parlava come Gesù, evocando i poveri di spirito, il sale della terra, i potenti da confondere. Ora è diventato un docile vassallo dei socialisti, anche se ha recuperato terreno grazie alla buona prestazione nei dibattiti”.

L’allegria di Cazzullo è giustificata: il Psoe di Sanchez è un partito neoliberale, europeista, che ha sempre condotto – al pari di quelli di Gonzales e Zapatero – politiche antipopolari, alternandosi alla guida del Paese con il PPE senza discostarsene granché e condividendone, spesso, le disavventure giudiziarie per il vizietto di intascare tangenti. Insomma una copia conforme, se non peggiore, del PD, quindi il soggetto ideale per proseguire le politiche care alle élite globaliste.

Podemos ha regalato a questo partito il proprio sostegno esterno senza riceverne nulla in cambio (ricordate i sostegni esterni di Bertinotti a Prodi e cosa hanno prodotto?). Ora si prosterna davanti a Sanchez nel timore che costui scarichi Podemos per imbarcare Ciudadanos (i populisti di destra che stanno progressivamente occupando il posto lasciato vacante da Rajoy – un passaggio di testimone sul tipo di quello fra Berlusconi e Salvini). Posto che l’alleanza fra Psoe e Ciudadanos (che riproporrebbe la santa alleanza fra popolari e socialdemocratici a livello europeo) sarebbe più logica di quella fra Psoe e Podemos, e posto che l’unico ruolo di Podemos, se Sanchez ne accettasse le profferte, sarebbe appunto quello di vassallo privo di qualsiasi reale influenza sulle politiche governative, resta da capire perché Podemos si sia ridotto a pallida controfigura del partito che tante speranze aveva suscitato qualche anno fa.

Il limite di Podemos (e del suo leader carismatico, Iglesias) è sempre stato quello del “comunicazionismo” (vedi sopra l’apprezzamento di Cazzullo per le “buone prestazioni” mediatiche), vale a dire l’idea che programmi e organizzazione politica contino meno delle abili strategie comunicative che consentono di aggregare velocemente consenso per approdare al governo (quando poi ci si arriva, vedi i 5 Stelle, sono guai seri…).

Si aggiunga 1) l’assenza di un forte radicamento sui territori, nei luoghi di lavoro, nei quartieri dovuta alla scelta di costruire un partito “leggero” fondato sul rapporto diretto fra leader carismatico e opinione pubblica; 2) l’affastellamento fra correnti ideologiche della nuova e vecchia sinistra sul modello di Syriza (trotzkisti, vetero comunisti, negriani, movimenti studenteschi, ecologisti, femministe, ecc.) al posto della costruzione di un blocco sociale; 3) il riferimento alle teorie populiste di Laclau nella versione “debole” di Chantal Mouffe (stretta sodale del numero due – nonché leader dell’ala moderata – del partito, Inigo Errejon) che prevede l’abbandono di una prospettiva antisistemica e l’accettazione totale delle regole del gioco liberal-democratico, 4) l’adozione di canoni linguistici politicamente corretti (fino alla ridicola femminilizzazione del nome del partito, che suona ora Unidas Podemos) tipici degli strati intellettuali e piccolo borghesi illuminati nonché del tutto alieni al linguaggio delle masse popolari.

L’elenco potrebbe continuare ma penso sia sufficiente per una prima, scoraggiante analisi. Vedremo se nel partito esistono gli anticorpi per evitare una replica dell’ingloriosa fine di Syriza.