cugini

 

di OMAR MINNITI

 

Le guerre vengono sempre anticipate dalle campagne mediatiche volte a demonizzare i “dittatori”, i “nuovi Hitler” di turno. Hanno fatto così con Milosevic, Saddam, Gheddafi, Yanukovich, Assad e altri leader che si sono opposti alle mire imperialiste, ed ora il copione si ripete con Maduro. Ma, stavolta, non potendo usare il pretesto delle armi di distruzione di massa, ritoccano un po’ la sceneggiata.

I Tg e i quotidiani ci inondano di immagini e video di venezuelani “ridotti alla fame”, intenti a rovistare trai rifiuti ed a consumare ciò che trovano tra i cassonetti. Non si vedono persone denutrite e scheletrini (il Venezuela è il secondo paese più obeso dell’America Latina e tra i 10 più obesi al mondo), ma l’effetto sull’opinione pubblica è assicurato lo stesso.

Io non sono un bravo regista e nemmeno uno sceneggiatore, ma vi assicuro che potrei confezionare, con mezzi artigianali,  lo stesso “prodotto” per attaccare qualsiasi governo. Senza inventare nulla, solo plasmando e deformando la realtà sulla base del messaggio che intendo lanciare.

Vivo e lavoro in Ungheria da più di 7 anni. Budapest è una della capitali d’Europa con più senzatetto, con grandi ghetti rom che si sviluppano quasi in pieno centro cittadino. Gli stessi video che mostrano “Caracas affamata dalla dittatura chavista” li potrei realizzare qui, magari per dare la colpa ad Orban ed al capitalismo.

Basta andare nei pressi di una qualsiasi stazione dei treni o della metro e riprendere centinaia di homeless che bivaccano nei cartoni e nei propri escrementi, che mendicano e raccolgono scarti di cibo e mozziconi dalle pattumiere. Filmare la distribuzione di pasti caldi e coperte da parte di associazioni caritatevoli, dove si presentano anche anziani pensionati, vestiti normalmente e con una casa di proprietà, ma che non arrivano a fine mese. Oppure immortalare una passeggiata tra i palazzi che cadono a pezzi del Distretto numero 8, in mezzo a bambini, donne ed anziani rom che vivono d’espedienti, dove la sera scatta il coprifuoco de facto. Magari ho fornito qualche spunto al cronista liberale d’assalto per un reportage “obiettivo” sull’Ungheria.

Qualcuno ora potrebbe porre le classiche domande: “Come fai a dire queste cose ed avanzare certi paragoni? Non hai un cugino a Caracas, che ti possa raccontare cosa sta succedendo davvero? In Venezuela ci sei mai stato?”.
Sì, a Caracas ed in altre città venezuelane ci sono stato, nel 2017. Di bambini denutriti e scalzi nemmeno l’ombra. Nessun assalto ai negozi di alimentari. Nessun senzatetto. Ho visitato i quartieri popolari, i barrios, che poi sono le roccaforti chaviste più leali. Certamente, ho visto scene di povertà, di gente che vive tutt’altro che nel lusso. Ricordo che stiamo parlando dell’America Latina.
Ma una povertà estremamente dignitosa, di chi è consapevole di vivere in un paese aggredito, che sta sperimentando un modello di società alternativo, e capisce le problematiche del momento. Una povertà molto più dignitosa, per certi versi, di quella che potete constatare  in certi rioni di Napoli, Palermo o Reggio Calabria (la città in cui sono nato e cresciuto) sotto il controllo delle mafie, così come in alcune periferie dormitorio del Centro-Nord.

Un’altra cosa. Ognuno di noi ha il suddetto “cugino venezuelano”, oppure sempre più spesso s’imbatte in venezuelani venuti a vivere in Europa. Si tratta di fonti del posto, ma non per forza oggettive. Soprattutto in una fase di difficoltà economica dovuta all’embargo ed alla guerra commerciale, chi ha i soldi per permettersi un viaggio intercontinentale e investire nella vita all’estero appartiene, nel 95% dei casi, alle classi ricche, alla media ed alla grande borghesia, quelle che hanno progressivamente perso il potere politico ed i privilegi in seguito alla Rivoluzione.

Si tratta, nella quasi totalità, di attivisti o simpatizzanti delle opposizioni anti-chaviste. E quest’ultime non sono note per il loro patriottismo, tant’è che sono arrivate a salutare con gioia l’embargo, la sottrazione delle riserve auree, i conti e le proprietà all’estero del loro Paese, nonché a chiedere ad Usa e Ue un intervento militare contro il loro stesso popolo.

Idem per i “cugini”. Tra questi ci sono lavoratori e pensionati, sostenitori del processo rivoluzionario (esistono anche molti oriundi italiani che hanno ruoli nel governo e nel Partito Socialista), ma anche gente che ha fatto fortuna negli anni del sacco liberista del Venezuela ed ora gestisce attività commerciali o industriali – colpite a loro volta dall’embargo su materiali, ricambi e tecnologia – e sulla fase esprime un punto di vista dettato dalla condizione di classe.

La guerra della propaganda è spietata e martellante. Serve a spianare il terreno ed a giustificare il “cambio di regime” tramite golpe, “rivoluzione colorata” o intervento militare straniero. Le sue sirene si sono affinate e, venendo a mancare riferimenti ideologici chiari, fanno presa anche su persone con decenni di militanza politica alle spalle. Ma queste non sono invincibili. Ci si può difendere e contrattaccare.

Potete farlo anche voi. Cominciando a filtrare ciò che dicono i media ufficiali (ed i “cugini” e i “vicini di casa” venezuelani), non prendendolo per oro colato. Ragionando con la vostra testa, ponendovi delle domande. Cercando fonti alternative e diffondendole tra chi è vittima della propaganda. Informarsi e controinformare è “un’arma” formidabile per fermare i nuovi signori della guerra ed i vampiri di petrolio.