moneta

 

di MARIO GIAMBELLI

 

Da qualche tempo alcuni economisti e/o professionisti che si qualificano esperti in economia, finanza, fiscalità, sovranità e moneta propongono, per correggere le disfunzioni dell’Eurosistema, l’introduzione, in forma gratuita ed aggiuntiva, della c.d. “moneta fiscale” [qualunque titolo che lo Stato si impegna ad accettare per l’adempimento di obbligazioni fiscali (tasse, imposte, contributi ai sistemi sanitari e pensionistici pubblici, eccetera), cioè di titoli finanziari che diano diritto a conseguire, dopo un certo numero di anni dalla loro introduzione, sconti fiscali].

Un diritto di riduzione degli importi dovuti a titolo di imposte (quindi un diritto a beneficiare di uno sconto fiscale) metterebbe in atto un’azione di stimolo della domanda aggregata, intervenendo sulle sue varie componenti e rilanciando contemporaneamente consumi privati, spesa sociale e investimenti. Tanto più la manovra venisse indirizzata verso soggetti con alta propensione e necessità di spesa, tanto più elevato sarebbe l’impatto sulla domanda aggregata.

Chi ricevesse Moneta Fiscale beneficerebbe di un immediato incremento della sua capacità di spesa, la rivolgerebbe all’acquisto di beni e servizi, e riavvierebbe produzione e occupazione. L’introduzione della Moneta Fiscale restituirebbe alle economie nazionali le leve d’azione perse con il passaggio alla moneta unica, senza peraltro compromettere (anzi, consentendo di raggiungere) l’obiettivo di stabilizzare in valore le passività statali da rimborsare in euro, e di ridurle costantemente rispetto al PIL.

La Moneta Fiscale sarebbe quindi la soluzione per dare stabilità ed efficienza all’Eurosistema e per risolvere il problema degli altissimi, inaccettabili, livelli di disoccupazione nell’Europa mediterranea. E tutto questo senza chiedere agli stati dell’ex area marco (Germania ma anche Austria e Olanda) neanche un centesimo di trasferimenti fiscali (soluzione alternativa che costerebbe a questi ultimi paesi il 5% del PIL indefinitamente).

Inoltre, essendo utilizzata a fini anticiclici (ovvero per contrastare il ciclo economico negativo sostenendo la domanda) e a livelli diversi da paese a paese, in funzione delle differenti situazioni congiunturali, non comprometterebbe, ma al contrario agevolerebbe la conduzione della politica monetaria da parte della BCE.

Infine, la Moneta Fiscale sarebbe compatibile con i trattati e i regolamenti UE non trattandosi di moneta legale ad accettazione obbligatoria (e non violando, quindi l’esclusiva riservata alla BCE dall’art. 128 del trattato sul funzionamento dell’Unione europea) e non essendo una componente del deficit pubblico annuo né del debito pubblico complessivo (trattandosi di un non payable tax credit).

La proposta, per quanto suggestiva, purtroppo si scontra, contrariamente a quanto ritengono gli autori della stessa, non solo con l’austerità necessitata dell’euro, ma con il diritto dei trattati UE.

Essa infatti si basa su due presupposti errati, ovvero che gli Stati appartenenti all’UE ed all’eurozona abbiano conservato, da un lato, la sovranità monetaria e, dall’altro, la competenza esclusiva in materia di politica fiscale.

Cominciamo dalla sovranità monetaria. Essa è certamente (mutuando la definizione datane da uno dei proponenti della Moneta Fiscale) “il diritto o potere da parte di una Stato di creare moneta, in linea con le sue scelte di politica economica”.
Politica economica che, a sua volta, consiste nelle scelte di politica monetaria e di politica fiscale.

Orbene:
– a norma dell’art. 2 TFUE (trattato sul funzionamento dell’Unione europea) “quando i trattati attribuiscono all’Unione una competenza esclusiva in un determinato settore, solo l’Unione può legiferare e adottare atti giuridicamente vincolanti. Gli Stati membri possono farlo autonomamente solo se autorizzati dall’Unione oppure per dare attuazione agli atti dell’Unione”;

– l’art. 3, comma 1°, lett. C) attribuisce all’Unione la competenza esclusiva nel settore della “politica monetaria per gli Stati membri la cui moneta è l’euro”;

– ergo, gli Stati membri non hanno potere alcuno di legiferare e di adottare atti giuridicamente vincolanti nel settore della politica monetaria (ovvero degli strumenti, degli obiettivi e degli interventi tesi ad orientare la moneta, il credito e la finanza, al fine di raggiungere obiettivi prefissati di politica economica);

– a’ sensi dell’art. 127 TFUE, la definizione e l’attuazione della politica monetaria dell’Unione è compito del SEBC (Sistema europeo di banche centrali, che fa capo alla BCE), la cui azione dev’essere indirizzata al conseguimento dell’ “obiettivo principale” del “mantenimento della stabilità dei prezzi”, ovvero di una bassissima inflazione (obiettivo “principale” per non dire, con Mario Draghi, “unico”, innanzi al quale ogni altro obiettivo passa comunque in second’ordine: la norma recita infatti “fatto salvo l’obiettivo della stabilità dei prezzi…” ecc.);

– il “mantenimento della stabilità dei prezzi” è notoriamente ottenuto, nel sistema dei trattati UE, con la deflazione salariale e la conseguente riduzione della domanda interna (Mario Monti, in una nota intervista reperibile su YouTube, parla addirittura di “distruzione” della domanda interna); deflazione salariale a sua volta ottenuta mediante la precarizzazione del lavoro ed il mantenimento di un elevato tasso di disoccupazione (che serve a piegare le resistenze dei lavoratori alle progressive riduzioni delle garanzie e dei salari). Ciò è tanto vero che la Commissione europea, tutti gli anni e per ciascuno Stato dell’Unione, stabilisce un “tasso di disoccupazione non inflazionistico” conosciuto con l’acronimo NAIRU (Non Accelerating Inflation Rate of Unenployment) – cioè un tasso di disoccupazione “naturale”, un livello di disoccupazione “strutturale” che mantiene stabili i prezzi e quindi l’inflazione – al di sotto del quale la disoccupazione non deve scendere, per non innescare l’inflazione;

– ogni azione di stimolo della domanda mediante un intervento statale “elargitivo”, teso ad incrementare la capacità di spesa dei cittadini da rivolgere all’acquisto di beni e servizi e conseguentemente a riavviare la produzione e l’occupazione si porrebbe quindi in netto contrasto – innescando un naturale processo inflattivo riguardante ovviamente anche l’euro (se cala la disoccupazione, cresce il potere contrattuale dei lavoratori) – con il principale obiettivo dell’Unione (art. 3, comma 3° TUE; art. 119, comma 2° TFUE) e del SEBC (art. 127 TFUE);

– l’art. 4, comma 3°, ultimo periodo, TUE impone agli Stati membri dell’Unione di astenersi “da qualsiasi misura che rischi di mettere in pericolo la realizzazione degli obiettivi dell’Unione”. Gli Stati, scegliendo di rimanere membri dell’UE, sono quindi obbligati ad astenersi da qualsiasi misura finalizzata a stimolare la domanda, il cui incremento determinerebbe un aumento dei prezzi, mettendo in chiaro pericolo il conseguimento del principale obiettivo dell’Unione stessa;

– pensare, alla luce del quadro normativo appena tracciato, che lo Stato abbia conservato la sovranità monetaria (e che la possa pure esercitare) è dunque un’idea assai ottimistica, ma un tantino ingenua. Si tratterebbe, in ogni caso, di una sovranità priva di contenuto, svuotata, “desovranizzata” (per dirla con Luciano Barra Caracciolo), militarmente vincolata a mantenersi “compatibile con i trattati e con lo statuto del SEBC e della BCE” (art. 131 TFUE).

– come avverte giustamente Marco Mori, “qualsiasi tentativo di esercitare la sovranità monetaria, con qualsiasi forma, da parte di uno Stato membro comporterebbe l’immediata e violentissima reazione di Bruxelles”. Sia dal punto di vista giuridico (cfr., ad es., l’art. 136 TFUE), che di fatto (ad es., come ricorda ancora Marco Mori, “chiudendo rapidamente le nostre banche”, bloccando i bancomat e tutti i sistemi di pagamento, e “creando uno stato di pressione tale da far cadere qualsiasi governo che si volesse cimentare in questa avventura, senza avere pronti tutti gli strumenti per lasciare l’eurozona”.

Passando alla politica fiscale, l’affermazione che essa sia “sicuramente di competenza esclusiva degli Stati” pare ignorare l’esistenza del “Trattato sulla stabilità, sul coordinamento e sulla governance nell’Unione economica e monetaria”, altrimenti conosciuto come “Fiscal Compact” (adottato a Bruxelles il 2 marzo 2012, entrato in vigore il 1° gennaio 2013, ratificato dall’Italia con L. 23 luglio 2012 n.114 pubblicata sulla Gazz.Uff. del 28 luglio 2012, n.175, s.o. n.160), nonché degli atti giuridici (regolamenti e direttive) conosciuti come Six-Pack e Two-Pack.

Il Fiscal Compact è un trattato che rafforza il volto oligarchico e tecnocratico dell’Unione, spazzando via i rimasugli di sovranità sino a quel momento rimasti in capo agli Stati nazionali.

E’ un possente steccato, formato da rigidi paletti, con il quale qualsiasi governo italiano deve e dovrà per forza fare i conti. Rigore e austerity sono obbligatorie (oltre che necessarie) se si vuol continuare a far parte dell’Unione.

Rappresenta il culmine del processo di irrigidimento dei vincoli di bilancio imposti dalla UE e finalizzati ad impedire qualsiasi forma di intervento pubblico nell’economia. Introduce modifiche ai trattati europei e alle Costituzioni nazionali tali da disegnare un quadro giuridico del tutto nuovo rispetto al passato, sia rispetto ai poteri del governo dell’Unione, sia nel campo della governance dell’euro e del diritto costituzionale nazionale.

Come ha da tempo rimarcato la dottrina giuridica ed economica, con questo trattato e con gli atti giuridici precitati si è voluto “risolvere definitivamente l’asimmetria tra politica fiscale e politica monetaria creata dall’assetto di Maastricht: ora sono entrambe (e non più solo la politica monetaria) interamente e formalmente sottratte al controllo delle istituzioni elettive nazionali” (Aldo Barba, Avanzi di bilancio e deficit di democrazia nel nuovo patto fiscale dell’UE, Studi economici, 2012, n.1, 115 ss.).

Con tale pacchetto di norme, infatti, la politica fiscale dell’Unione ha di certo rafforzato la dottrina del bilancio in pareggio e l’obiettivo del rientro dal debito pubblico, ma ha soprattutto completato lo svuotamento delle sovranità nazionali: “Il bilancio in pareggio si impone come principio costituzionale nei singoli paesi; la sede della programmazione economica e finanziaria diviene l’Unione; di fatto, a guidare l’Unione non sono però istituzioni federali, ma un controllo inter-governativo che ha la Germania come membro predominante e al quale gli altri paesi accedono formalmente ma con scarsa capacità di incidere sulle decisioni prese”. Si è così realizzata “la centralizzazione in un solo paese delle leve del governo dell’economia”. Le disposizioni che ridisegnano l’intero processo di governance economica della UE hanno cioè creato “una vera e propria unità di comando sovranazionale della finanza pubblica”.

E’ assolutamente fondamentale capire che lo spazio di tempo all’interno del quale si realizza il trasferimento della programmazione economica e finanziaria dai singoli Stati agli organismi comunitari è il “semestre europeo per il coordinamento rafforzato delle politiche economiche e di bilancio”, mediante il quale si è voluto assicurare che i programmi di stabilità e convergenza fossero presentati e valutati prima dell’adozione delle decisioni chiave sui bilanci nazionali dell’esercizio successivo, all’uopo fissando “un termine adeguato per la presentazione di detti programmi” (Consiglio dell’Unione europea, 2011c, p.12).

Di fatto, “La tempistica del semestre europeo nega ai Parlamenti nazionali ogni possibilità di esercitare un’effettiva azione di controllo e validazione della programmazione fiscale. In gennaio la Commissione presenta l’indagine annuale sulla crescita; tra febbraio e marzo il Consiglio europeo formula le linee guida di politica economica e di bilancio per gli Stati membri; in aprile gli Stati membri approvano i Piani nazionali di riforma (PNR) e i Piani di stabilità e convergenza (PSC) elaborati secondo le linee fissate dal Consiglio; a giugno, infine, Commissione e Consiglio elaborano e approvano le raccomandazioni sui PNR e i PSC presentati, dando così inizio al processo di approvazione da parte dei singoli Parlamenti nel corso della seconda metà dell’anno.

La notifica che gli Stati membri si sono impegnati a fornire all’Unione entro il 30 aprile dei piani di riforma e stabilità è il passaggio chiave del processo. Si consideri, ad esempio, il caso dell’Italia. Il Documento di Economia e Finanza (DEF) che contiene i piani di riforma e di stabilità deve essere consegnato alle camere entro il 10 aprile di ogni anno per le conseguenti deliberazioni.

La presentazione al Parlamento di questo documento, tuttavia, non può essere anticipata, non potendosi avviarne l’elaborazione prima della pubblicazione dei dati consuntivi di contabilità nazionale per l’anno precedente, diffusi tradizionalmente dall’ISTAT il 1° marzo di ogni anno, e dei dati sull’indebitamento netto e sul debito, notificati il 30 marzo da ISTAT ad Eurostat. Le camere hanno quindi a disposizione solo la seconda metà di aprile per familiarizzarsi con la programmazione economica e finanziaria del paese ed approvarla” (Aldo Barba, op. cit., 118).

La programmazione economica imposta dall’Unione è stata quindi totalmente esclusa dal dibattito politico. Tra il 10 ed il 30 aprile di ogni anno le camere si limitano a calendarizzare le date necessarie a formalizzare la doppia approvazione dei piani di riforma e stabilità elaborati secondo i dettami del Consiglio.

Con l’introduzione dell’istituto del Two-Pack, i singoli governi nazionali sono poi obbligati a presentare alla Commissione Europea (e all’Eurogruppo), entro il 15 ottobre di ciascun anno e prima dell’approvazione da parte dei singoli parlamenti nazionali, le rispettive manovre di finanza pubblica al fine di consentire di verificare il rispetto degli impegni presi con le autorità europee nei primi sei mesi dell’anno (ovvero nel semestre europeo).

In caso di mancato o carente rispetto degli accordi sottoscritti, la commissione europea può chiederne la modifica (seppur in assenza di diritto di veto). Nel caso in cui un Paese disattenda le raccomandazioni, oltre a subire azioni legali, può incorrere in procedure per deficit eccessivo e, nel caso, anche in sanzioni economiche.

Ed è importante precisare che il Six-Pack permette l’avvio della procedura per deficit (o disavanzo) eccessivo non solo se il rapporto debito/PIL supera il limite del 60% del PIL, ma anche se l’eccedenza non diminuisce ad un ritmo soddisfacente. La definizione di disavanzo eccessivo non è cioè legata solo alla soglia del 3%, ma anche allo scostamento dal 60% del rapporto debito/PIL. Risulta dunque eccessivo non solo un disavanzo superiore al 3%, ma anche ogni deficit che non consenta al Paese considerato di ridurre il rapporto debito/PIL (che sia superiore al 60%) al ritmo del 5% annuo.

Con la nuova governance europea si completa quindi il processo di trasferimento della attività di programmazione economica e finanziaria dalle sedi nazionali a quelle politicamente irresponsabili dell’Unione.

Di fatto e di diritto, il nuovo quadro giuridico disegnato dal Fiscal Compact, dal Six-Pack e dal Two-Pack consente alla Commissione Europea, cioè ad un organo autoreferenziale e privo di qualsiasi investitura democratica, di determinare nel dettaglio le politiche economiche degli Stati membri, imporre riforme e stabilire sanzioni in caso di inadempimenti.

La Commissione e la Corte di Giustizia Europea possono stabilire ciò che gli Stati devono fare, indipendentemente dalla volontà dei Parlamenti ed in barba alle stesse Costituzioni nazionali (poste, nella gerarchia delle fonti, ad un livello inferiore rispetto a quello del diritto comunitario).

L’indirizzo politico di ogni Stato (sotto il profilo economico e, quindi, della politica monetaria, fiscale e di bilancio, ma conseguentemente anche industriale ed occupazionale) è predeterminato dalla governance economica della UE (cioè da un apparato di comando a struttura oligarchico-plutocratica e politicamente irresponsabile), a prescindere da qualsiasi esito delle elezioni e da qualsiasi composizione del parlamento (è perciò estremamente ingenuo – e lo è in modo così disarmante da sfiorare il ridicolo – riporre speranze di cambiamento nell’esito elettorale del 4 marzo prossimo, qualunque esso sia).

È altresì importante ribadire che “tutta la nuova governance europea si fonda su una concezione della politica economica che intende gli squilibri macroeconomici come patologie da sanzionare invece che da superare. La peculiarità di questa concezione va colta notando che gli strumenti per attuare politiche economiche finalizzate al superamento degli squilibri non sono più nelle mani delle singole nazioni (nel qual caso potrebbe aver senso un controllo di tipo sanzionatorio).

A gestire la politica economica comunitaria sono proprio la Commissione e il Consiglio, che in tal modo sanzionano i paesi per squilibri che questi non possono che affrontare con l’inasprimento del rigore fiscale.

Bisogna poi considerare che uno spazio politico comune in senso federale non esiste, essendosi il processo decisionale evoluto in senso esplicitamente inter-governativo.

La sanzione più severa che colpisce un paese che l’Unione considera squilibrato, prima ancora che i depositi infruttiferi e le ammende, è la perdita di peso politico e la conseguente incapacità di dar forza alle proprie istanze nella cabina di regia della politica economica europea” (Aldo Barba, op. cit., 121)

Pensare, in un tale contesto normativo [cioè in un contesto ordoliberista che vuole una crescita sostenuta dalla deflazione salariale (e, dunque, dalla riduzione dei costi unitari di produzione) e che rincara pesantemente l’ortodossia fiscale sulla quale si fonda la moneta unica sino al punto di considerare eccessivo ogni deficit che non consenta ad un Paese attenzionato di ridurre il rapporto debito/PIL (eccedente il 60%) al ritmo del 5% annuo], che le centrali di comando dell’UE siano disposte a concedere allo Stato italiano di elargire sconti fiscali, seppure a termine, nella misura di 100 miliardi all’anno (alcuni propongono addirittura titoli di sconto fiscale per un ammontare di 400 – 500 miliardi) per stimolare la domanda aggregata (e, quindi, i consumi e l’occupazione, generando inflazione) implica una dose industriale di ingenuo e fallace ottimismo e rivela una sorprendente mancanza di consapevolezza sul fatto che l’euro richiede necessariamente politiche di austerità.

Come ci ha insegnato Alberto Bagnai “le politiche di austerità sono una scelta obbligata a causa della rigidità nominale determinata dall’euro”, essendo impossibile “fare politiche espansive di qualunque tipo (fiscale, monetario) e a qualsiasi livello (nazionale, sovranazionale) in presenza di cambi rigidi senza aggravare il deficit estero dei paesi più deboli”.

Politiche di stimolo della domanda in presenza della moneta unica comporterebbero infatti, per il nostro Paese, un incremento delle importazioni ed una conseguente crisi della bilancia dei pagamenti Diminuendo invece i redditi privati, si riducono i consumi, si riducono quindi le importazioni e migliorano i conti esteri.

Nel quadro dell’euro la politica tributaria in Italia può operare solo ed esclusivamente nel senso dell’austerità. L’austerità c’è perché c’è l’euro. Sono quindi l’euro e l’Unione europea i nemici da combattere, non le politiche di austerità, necessitate dalla moneta unica.

Non comprendere tutto questo e proporre soluzioni alternative impossibili e deleterie in relazione al quadro normativo nel quale le si vorrebbe introdurre è molto pericoloso, perché distrae dal principale obiettivo sul quale ci si dovrebbe invece concentrare: l’uscita dell’Italia dall’euro e dall’Unione europea, unica chance di ripresa per l’economia del nostro Paese.