libertà

 

di MARIO GIAMBELLI GALLOTTI

 

La presente nota prende spunto da un post pubblicato il 20 agosto scorso da C.Z. sulla pagina del gruppo “Collettivo Populista – Un pezzo un culo”.
Il post, sotto riprodotto, intitolato “La lotta di classe”, descrive con straordinaria efficacia l’alienazione umana (intesa come uno stato di profondo disagio – determinato dalle condizioni sociali, lavorative, familiari – che determina l’estraniazione dell’uomo rispetto ai rapporti sociali).
Condizione voluta (ed ottenuta mediante la mercificazione del lavoro e, quindi, dei rapporti sociali) dalla società capitalistica-turboliberista (tanto cara all’universo piddino) al fine di soffocare la libertà dell’uomo e, con essa, la democrazia costituzionale.
Ecco il post:
LA LOTTA DI CLASSE!
La capisci quando lavori e lo stipendio non basta a tutti i problemi che hai da sistemare…la macchina che si spacca e ti serve per andare al lavoro, i figli che crescono, i vestiti da cambiare, la scuola che non è gratis manco per niente, di libri ho €400, i pomeriggi integrativi perchè lavori e dove li metti? La mamma anziana invalida e ti serve la badante perchè le case di riposo non bastano e costano un rene, ma c’hai la casa di proprietà e per lo stato sei un rentier come Berlusconi anche se l’agenzia immobiliare te la valuta €40.000 (se ci fai qualche lavoro) e non hai un cazzo di contributo, i permessi che non ottieni, la 104 che è un miraggio, i 7 minuti di pausa ogni 4 ore, e ti chiamano la mamma, la badante, la questura, la Telecom perchè è saltata la linea e non puoi essere a casa quando passa il tecnico, ma non puoi rispondere al telefono, e anche se rispondi, che minchia gli dici? Che sei al lavoro e non sai come fare! L’assicurazione, il call center di Greenpeace che non capisce perchè hai disdetto la donazione e certo TU non capisci i problemi del mondo! L’amico economista che ti gira 5 papers da leggere e ti chiede un parere in 4 ore, e dopo due ti chiede se hai ricevuto la mail, il meccanico che ti dice che devi cambiare le candele ma arrivano fra 5 giorni, devi andare al lavoro in bicicletta ma non hai la bicicletta, tua sorella che dice che devi scongelare il freezer, muoiono 40 persone perchè un ponte crolla per mantenere alti gli utili di una cazzo di compagnia privata, vorresti andare in piazza con il mitra, ma se non vai a lavorare non mangi e non hai il mitra, vorresti scrivere un discorso che animi la sinistra di questo paese, ma sei interrotto 50 volte dai WhatsApp di tua figlia che vuole sapere cosa hai organizzato per il suo undicesimo compleanno, il tuo ex-marito, la badante, i compagni che ti segnalano cento argomenti su cui vorrebbero un tuo parere, la politica che va avanti senza di te e non ne sente la mancanza.

LA DEMOCRAZIA E’ MORTA

quando realizzi che NON PUOI PIU’ PARTECIPARE alla vita collettiva perchè la tua “prospetticamente parlando” micro-vita crolla se molli 5 minuti, e allora non c’è speranza che il proletario abbia una voce in tutto questo.
E’ finita. La politica è nelle mani di chi riesce a scaricare tutto questo su altri, e non è detto che abbia la competenza e la comprensione dell’immane sfacelo sociale cui stiamo assistendo.
Devi arrenderti. Non ci riesco. Eutanasia, vi prego.
P.S.: mi è venuta la cistite emorragica, ma se mi metto in malattia, una legge assassina dice che dopo tre “eventi” mi sottraggono una percentuale di stipendio.
La frase evidenziata (la democrazia è morta quando realizzi che non puoi più partecipare alla vita collettiva …”) esprime una verità assoluta: la vera libertà consiste nel fattoche io possa vivere nella collettività esplicando il massimo della mia personalità (Lelio BASSO, “La sociologia marxista, sviluppo in Italia e attuali problemi, Roma, Istituto per gli studi di servizio sociale, 1966) e corrisponde allapartecipazione cosciente e libera al dominio collettivo sul processo di costruzione del futuro comune, in una società necessariamente libera dal dominio di classe(Lelio BASSO, “Socialismo e rivoluzione”, Feltrinelli, 1980, 98).
E’ un concetto di libertà diametralmente opposto a quello vaneggiato dai liberali di ieri e di oggi, i quali, essendo afflitti da una patologica incapacità di pensare all’uomo come essere relazionale, collaborativo, sociale, concepiscono la libertà solo in senso negativo (“libertà da”), come spazio libero: libertà dallo Stato; pretesa ad una sfera di autonomia dei singoli (insopprimibile e tutelabile anche contro lo Stato); assenza di impedimenti; non interferenza del potere statale sulla sfera di azione individuale riconosciuta ai proprietari (essendo la proprietà “inviolabile e sacra”, il valore supremo da tutelare); disinteresse della collettività all’azione del singolo, lasciato completamente libero di fare (“laissez faire”) nella ricerca di un proprio benessere che (nella farneticazione liberista) si ritiene sufficiente a garantire la prosperità economica dell’intera società.
Ed è un concetto di libertà del quale i nostri Padri costituenti erano pienamente consapevoli.
Costantino Mortati
(autorevolissimo componente della Commissione dei 75), nel manuale “Istituzioni di diritto pubblico” (sul quale hanno studiato svariate generazioni di studenti di giurisprudenza e che rappresenta il testo di assoluto riferimento per chi desideri comprendere lo spirito ed il programma di democrazia sociale dell’originario dettato costituzionale), spiega significativamente che, partendo “dal presupposto delle <<armonie prestabilite>> che garantiscono la confluenza nel bene comune delle libere iniziative dei singoli”, lo Stato aristocratico uscito dalla rivoluzione francese, “espressione di un liberalismo individualistico”, “riteneva doversi attribuire allo Stato la sola funzione di garantire a ciascuno la più ampia libertà di azione, nella convinzione che solo tenendolo lontano da ogni intervento limitativo si sarebbe potuto assicurare il massimo vantaggio collettivo. Così, in particolare nel campo dei rapporti della produzione e dello scambio si riteneva che le scelte individuali dominate dalle leggi economiche, in sé razionali, riescono, se lasciate libere in un regime di piena concorrenza, a realizzare meccanicamente l’optimum di benessere sociale.
La fallacia di tale concezione della libertà, che potrebbe definirsi extra-temporale perché assunta senza alcuna considerazione delle condizioni necessarie al suo esercizio, doveva essere dimostrata dall’esperienza storica, da cui risultò come la libera gara delle iniziative economiche private, da una parte, conduceva a mettere in condizione di grave inferiorità gli esclusi dal possesso dei mezzi di produzione, e dall’altra, promuoveva la concentrazione di questi ultimi in poche mani, con la conseguente eliminazione dei benefici della concorrenza”.
Le critiche a tale liberalismo, prosegue Mortati, mettono in rilievo quali siano le condizioni capaci di consentire alla persona umana di dispiegare pienamente i valori dei quali è portatrice.
Si afferma che il singolo non può svolgere in modo soddisfacente la sua personalità se non in quanto siano realizzati certi presupposti, consistenti, da un parte, nella pienezza di vita da assicurare ai gruppi sociali (nell’ambito dei quali l’individuo riesce ad acquistare sperimentalmente la coscienza della solidarietà… ), dall’altra, nell’eliminazione degli ostacoli che la società oppone alla partecipazione del singolo alla vita sociale in condizioni di libertà e di uguaglianza”.
Tali ragioni, conclude il più fedele interprete della Carta costituzionale, hanno “condotto alla realizzazione, in via di svolgimento, di una nuova forma di Stato, che può dirsi <<contemporanea>> alla quale si adatta anche il nome di <<solidarista>> o <<sociale>> per designare il compito assunto dallo Stato di promuovere una più intima socialità fra i suoi componenti, mediante l’eliminazione delle stratificazioni di potere che generano uno spirito classista e conducono a conflitti radicali di interessi fra parte e parte della popolazione.
A chiarimento di quanto si è ora detto, deve essere messo in rilievo che la formula <<democrazia sociale>> è da intendere non già come una delle possibili forme di democrazia, bensì come la sua forma necessaria, sicché l’aggettivo assume la funzione di rendere evidente quella parte di contenuto coessenziale a qualsiasi regime democratico. Infatti questo non sarebbe realizzabile effettivamente se non sulla base di un minimo di omogeneità nei vari aspetti della vita associata. Se democrazia è dialogo fra parte e parte di tutto il popolo attivo, suo presupposto è che sia eliminata ogni grave antitesi di posizioni fra esse, ogni radicale conflitto di interessi tale da rendere impossibile il dialogo, per la incomprensibilità dei linguaggi parlati da ciascuna
(C. MORTATI, “Istituzioni di diritto pubblico”, decima ed., Padova, Cedam, 1991, 146-147; concetti peraltro espressi dallo stesso Autore sin dalle edizioni degli anni ’60 e ’70 dello stesso testo).
Questo concetto di libertà (in senso socialista, come concreta realizzazione del diritto di tutti al pieno sviluppo ed all’affermazione della propria personalità e come partecipazione effettiva e responsabile di ogni lavoratore alla gestione della vita collettiva) era così presente nel pensiero e nel programma di democrazia sociale dei Padri Costituenti che venne consacrato nella più importante norma della Carta costituzionale: il secondo comma dell’art. 3, il quale esprime, com’è noto, il cd. principio di eguaglianza sostanziale: “E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”.
Una norma tanto importante, quanto disattesa e calpestata, per non dire fatta a pezzi, dal sistema di potere oligarchico-plutocratico autolegittimatosi dietro il paravento giuridico dei trattati europei, il quale, ormai da decenni, palesemente, ripropone ed infligge ai popoli europei – accampando il pretesto cosmetico di perseguire l’obiettivo della pac€ – le politiche ordoliberiste codificate nei medesimi trattati e, con esse, la falsa idea, tipicamente liberista, di libertà come spazio libero (art. 3, comma II, TUE; art. 26, comma II, TFUE; art. 67 TFUE).
Una libertà illusoria che, in realtà, estrania l’uomo dai rapporti sociali per sopprimere la democrazia costituzionale.
Consapevole di questa deriva autoritaria, Lelio Basso (1) sin dagli anni ’70 ammoniva:
… Noi abbiamo scritto – in modo particolare io, che fui relatore all’Assemblea Costituente sulla prima parte della Costituzione – un articolo 3, secondo il quale ogni lavoratore deve diventare partecipe cosciente e responsabile della gestione della vita collettiva. Io sapevo però che scrivevamo una cosa che non era vera, e il fatto di averla inserita nella Costituzione italiana porta a dire che la nostra Costituzione è basata essenzialmente su una menzogna, in quanto afferma che l’Italia è un paese democratico, mentre non lo è, perché non consente che si realizzino le condizioni all’uomo necessarie, perché cioè non dà agli uomini la possibilità di essere coscenti e responsabili, perché ripeto, lascia sopravvivere un sistema che sottopone gli uomini a questi poteri impersonali e lontani, potremmo ormai dire kafkiani
[L. BASSO, Intervento in Il marxismo come strumento di autoliberazione delle masse (Roma 31 maggio 1972), in “Idoc Internazionale”, 15 giugno-1 luglio 1972, n. 12/13, 50-54].
Solo un anno dopo, il 27 maggio 1973, pubblicava sul Corriere della Sera l’articolo [commentato nella mia precedente nota dell’11 giugno scorso intitolata “Le radici del (nostro) malessere”] che costituisce, in assoluto, la prima segnalazione della congenita e strutturale incostituzionalità dei trattati europei.
La vera libertà, quindi, è partecipazione.
Essa presupponeinnanzi tutto la libertà dalla miseria” (quindi la piena occupazione della forza lavoro e retribuzioni conformi al dettato dell’art. 36 Cost.), ma anche “la libertà dall’ignoranza, la libertà dallo sfruttamento altrui, in una parola il godimento delle massime condizioni di benessere materiale e spirituale compatibili con la possibilità di un analogo godimento da parte degli altri…”.
Ed è uguaglianza sostanziale, che “… non consiste nell’essere tutti simili. Al contrario. L’eguaglianza per tutti gli uomini è di avere ciascuno a propria disposizione tutte le cose che essi possono desiderare per svilupparsi. Ciascuno ne profitterà secondo la sua propria misura. L’eguaglianza sarà realizzata il giorno in cui nessuno sarà più limitato nei suoi bisogni di espansione. Quel giorno, con l’eguaglianza, vi sarà del pari la libertà, poiché ciascuno sarà invitato ad essere liberamente tutto ciò che vuole, tutto ciò che può essere
(L. BASSO, “Socialismo e libertà”, in Esperienze e studi socialisti. Scritti in onore di Guido Mondolfo, Firenze, 1957, 137-144).
Quel giorno, sin’ora, non è mai arrivato e nell’attuale società ultraliberista non si intravvede nemmeno all’orizzonte. Arriverà solo quando il popolo italiano saprà rivendicare con forza e decisione la sua sovranità (art. 1 Cost.).
Quella sovranità che una classe politica infame, traditrice, indegna e corrotta ha ceduto a quei “poteri impersonali e lontani” che Lelio Basso, con una lungimiranza pari alla sua straordinaria intelligenza, prefigurava già mezzo secolo fa.

Rivendicare la sovranità popolare, per quanto sopra spiegato, significa infatti rivendicare la vera libertà dell’uomo, secondo il concetto codificato nel secondo comma dell’art. 3 Cost. e mirabilmente spiegato dai due grandi Padri Costituenti citati.

 
(1) Il quale, intervenendo alla Camera dei deputati, sin dal 13 luglio 1949 aveva avuto occasione di affermare: Noi sappiamo che Marx scrisse <<gli operai non hanno patria>>, ma Marx ci insegnò altresì che il proletariato deve acquistare la sua coscienza nazionale e che esso l’acquista a misura che esso si emancipa, a misura che esso strappa dalle mani della borghesia l’esercizio esclusivo del potere politico e si presenta sulla scena della storia come classe che esercita la pienezza dei suoi diritti. Perciò l’internazionalismo del proletariato si fonda sull’unità e sulla solidarietà dei popoli in cui tutti i cittadini, attraverso l’abolizione dello sfruttamento di una società classista, conquistano la propria coscienza nazionaleIl nostro internazionalismo non ha nulla di comune con questo cosmopolitismo di cui si sente tanto parlare e con il quale si giustificano e si invocano queste unioni europee e queste continue rinunzie alla sovranità nazionale.
L’internazionalismo proletario non rinnega il sentimento nazionale, non rinnega la storia, ma vuol creare le condizioni che permettano alle nazioni diverse di vivere pacificamente insieme.
Il cosmopolitismo di oggi che le borghesie nostrane e dell’Europa affettano è tutt’altra cosa: è rinnegamento dei valori nazionali per fare meglio accettare la dominazione straniera… Noi sappiamo che in questa lotta il proletariato combatte insieme per due finalità e che in questa lotta esso acquista contemporaneamente la coscienza di classe e la coscienza nazionale, ponendo le basi per un vero internazionalismo, per una federazione di popoli liberi che non potrà essere che socialista!
(L. BASSO, discorso del 13 luglio 1949, in “Il dibattito sul Consiglio d’Europa alla Camera dei deputati, in Mondo operaio”, 10 settembre 1949, 3-4).