Ecco il testo integrale dell’intervento introduttivo di Carlo Formenti, alla Presentazione del Manifesto per la Sovranità Costituzionale

 

***

 

Compagni e compagne, penso che chi oggi è qui, avendo letto il Manifesto sottoscritto da Patria e Costituzione, Rinascita! e Senso Comune, sia consapevole dell’ambizione che ispira il percorso politico di cui l’incontro odierno costituisce un primo passo: si tratta di farsi annunciatori di un’alternativa di sistema, nella speranza di poter essere, in un futuro non troppo lontano, parte attiva nella sua realizzazione.

Non ci interessa rianimare né riscattare una sinistra che si è fatta destra, abdicando al ruolo di rappresentante degli interessi delle masse popolari per sposare l’ideologia liberista. Non vogliamo “rifare” la sinistra, non solo per motivi di opportunità linguistica, visto che la maggioranza del popolo disprezza ormai questa parola, ma perché riteniamo che il binomio destra/sinistra, da quando essere di sinistra non significa più nutrire la speranza in un cambio di civiltà, rappresenti unicamente un gioco delle parti fra le caste politiche che gestiscono gli affari correnti del capitale.

Andare oltre la dicotomia destra/sinistra significa andare oltre il paradigma politico, sociale, economico e culturale di cui questi termini sono espressione. Un paradigma che ha perso ogni legittimità dopo quella crisi del 2008 che ha segnato il culmine degli sconvolgimenti epocali iniziati negli anni Settanta del secolo scorso.

Mezzo secolo di guerra di classe dall’alto ha consentito alle élite mondiali di distruggere le conquiste che le masse popolari avevano strappato nei decenni seguiti alla fine del secondo conflitto mondiale.

Globalizzazione e finanziarizzazione dell’economia, demolizione dello stato sociale, drastico peggioramento dei livelli di occupazione e di reddito nonché delle condizioni generali di vita delle classi lavoratrici, osceno aumento delle disuguaglianze: tutto ciò ha messo in crisi il consenso che il sistema liberista aveva acquisito dopo il crollo del socialismo reale.

Come certificano i successi dei movimenti populisti negli Stati Uniti e in Europa, l’esito del referendum inglese sulla Brexit, la vittoria del no al referendum italiano sulle riforme costituzionali, il fenomeno dei gilet gialli in Francia, nemmeno il ferreo controllo sui media e sull’industria culturale riesce più a restaurare quel consenso.

Nel mondo è in corso una guerra fra centri e periferie sia a livello nazionale che a livello globale.

Sul piano nazionale il conflitto oppone, da un lato, l’élite dei super ricchi sostenuta dagli strati neoborghesi che gestiscono i settori del terziario avanzato (comunicazione, finanza, industrie digitali, spettacolo, ecc.) i quali occupano il centro delle grandi concentrazioni urbane ad alto tasso di gentrificazione, dall’altro, un popolo delle periferie (territoriali e sociali) che riunisce categorie fino a ieri contrapposte (giovani, lavoratori, pensionati, impiegati, disoccupati e sottoccupati, dipendenti pubblici, agricoltori, piccoli imprenditori, ecc.) accomunate dalla percezione degli effetti negativi della mondializzazione, più che da una coscienza di classe tradizionalmente intesa.

A livello globale assistiamo alle guerre scatenate dalle potenze occidentali per conservare il dominio neocoloniale sui popoli del Medioriente, dell’Africa e dell’America Latina (dalle guerre in Iraq, Afghanistan, Siria, Libia al tentativo di provocare la guerra civile in Venezuela). Il tutto sullo sfondo dell’inedito scenario geopolitico succeduto al crollo del socialismo reale, in cui l’impero americano deve proteggere la sua traballante egemonia dall’emergente potenza cinese, dalla riscossa russa e dal proliferare di potenze regionali come l’India, l’Iran e la Turchia.

In tale contesto riemerge il ruolo dello Stato-nazione, sia come agente dei conflitti intercapitalistici, sia come terreno strategico del conflitto sociale, e quindi come cornice in cui popoli possono far valere i propri interessi e riconquistare spazi di democrazia.

Chi ambisce a restituire voce a tali interessi, dunque, deve necessariamente fondare la propria pratica politica su un rinnovato sentimento patriottico, è chiamato a lottare per la riconquista di una sovranità popolare che non può essere dissociata dalla sovranità nazionale.

Se la sinistra ha regalato alle destre il monopolio del linguaggio patriottico, a noi spetta rivendicare un amor di patria che coincide con il sentimento di fratellanza fra cittadini che amano il proprio Paese e quelle istituzioni che garantiscono di vivere da liberi e uguali, in pace e sicurezza.

Un sentimento condiviso da tutti gli appartenenti a una comunità territoriale, a prescindere dalle origini etniche e dalle identità religiose, culturali e di genere, un sentimento di protezione data e ricevuta che riconosce pari diritti e dignità alle altre patrie. Un sentimento che si incarna in un luogo, in una lingua, in una cultura, cioè in un popolo e nelle sue istituzioni.

La patria è, al tempo stesso, popolo, Stato e nazione: un’unità frutto di costruzione politica e non di un ancestrale retaggio di sangue. Un patriottismo la cui parola d’ordine non è prima l’Italia ma prima il popolo e la Costituzione italiani.

La sovranità nazionale non è infatti per noi fine a se stessa bensì il mezzo per realizzare i valori e i principi di quella Costituzione del ’48 tutt’ora in larga parte inattuati e che le élite mondiali e la nostra borghesia nazionale vorrebbero affossare.

La nostra Costituzione non piace a questa gente perché si propone di riequilibrare i rapporti di forza fra le classi in favore dei più deboli, perché statuisce che la dignità delle persone si afferma attraverso il lavoro, perché legittima politiche di piena occupazione, perché riconosce al conflitto fra capitale e lavoro il ruolo di strumento di emancipazione personale e collettiva nonché di motore di democrazia politica e economica.

Ecco perché è stata sconciata dalle “riforme” neoliberiste attuate dai nostri partiti di destra, centro e sinistra (come il famigerato articolo 81). Ecco perché è incompatibile con i Trattati europei centrati sul principio della concorrenza e della stabilità dei prezzi.

Patriottismo costituzionale vuol dire affermare che i principi fondamentali della Costituzione prevalgono sui Trattati europei e internazionali; vuol dire che la sola Europa coerente con la nostra Costituzione non è la Ue, che si ispira ai principi dell’ordoliberismo ed è costruita in modo da escluderne a priori la riformabilità in senso democratico, ma una confederazione di democrazie nazionali sovrane che affrontino assieme le sfide della pace, della tutela ambientale e della giustizia sociale. Tale obiettivo è raggiungibile solo da chi si dimostri capace di progettare anche un exit unilaterale, nella misura in cui attuare la Costituzione implica inevitabilmente rompere con la Ue per costruire un altro progetto di unità europea.

Il richiamo ai principi fondativi del nostro Stato nazione non è nostalgia del passato, è “ritorno al futuro”: solo riconquistando la sovranità nazionale potremo promuovere la piena occupazione, anche attraverso la riduzione di orario a parità di retribuzione, in base al principio lavorare meno e lavorare tutti, e istituendo programmi di “Lavoro di cittadinanza” realizzati dalla mano pubblica; limitare e governare il mercato, garantire la funzione sociale della proprietà privata; abolire la tirannia del principio della libera concorrenza, subordinandolo all’utilità sociale e alla dignità della persona; riacquisire il controllo sulla moneta per rimetterla al servizio del welfare e della democrazia.

Per rivitalizzare le funzioni sociali dello Stato nazione occorre difenderne l’unità. Dietro la retorica “sull’Europa delle regioni”, utilizzata per motivare la riforma costituzionale del 2001, si cela la volontà di concentrare il potere nelle istituzioni sovranazionali delegando alle regioni, prive di reale capacità di programmazione macroeconomica, la gestione amministrativa di indirizzi assunti in sede tecnica, secondo il principio della governance.

Il principio di sussidiarietà verso le autonomie territoriali è giustificato solo se e quando promuove la coesione sociale di tutta la nazione, contrariamente a quanto accadrebbe se passasse il progetto di estendere l’autonomia delle regioni ricche del Nord, il che aggraverebbe l’attribuzione squilibrata di risorse e funzioni a spese del Sud, provocando una rottura sostanziale dell’unità economica e sociale della Repubblica.

Uno Stato nazionale forte, in grado di centralizzare e gestire liberamente e autonomamente le scelte di politica economica è strumento indispensabile per regolare e limitare la mobilità internazionale di capitali merci, servizi onde garantire la protezione del lavoro, della giustizia sociale e ambientale. Ma anche per regolare e limitare la mobilità internazionale delle persone. Se milioni di esseri umani sono costretti a lasciare i loro Paesi è perché il neocolonialismo ne depreda le risorse e scatena guerre per spartirsi materie prime e mercati, mentre le politiche del debito imposte da Fmi e Banca Mondiale ne aggravano la miseria.

Il fenomeno migratorio dev’essere regolato in primo luogo per affermare il diritto a non emigrare, il principio secondo cui ciascuno ha il diritto a vivere e lavorare in condizioni dignitose nel proprio Paese, un principio da difendere con la solidarietà internazionalista fra le classi popolari dei Paesi ricchi e i Paesi poveri, chiamati a lottare assieme per promuovere lo sviluppo integrale di tutte le nazioni. Questo è il vero internazionalismo, non il cosmopolitismo no border di una sinistra negazionista nei confronti dell’impatto che flussi migratori incontrollati hanno sulle condizioni di lavoro e di vita delle masse popolari autoctone.

Il diritto d’asilo nei confronti di chi è privato delle libertà democratiche, come il dovere di umana solidarietà nei confronti delle vittime di guerre e catastrofi naturali non sono in discussione, ma la regolazione degli ingressi in relazione alle effettive capacità di integrazione è condizione essenziale per garantire a chi arriva condizioni di vita e di lavoro analoghe a quelle dei cittadini autoctoni, evitando quella guerra fra poveri che permette di abbassare oltremisura le retribuzioni e provoca un peggioramento generale delle condizioni di vita.

Politiche di piena occupazione, riconoscimento del ruolo progressivo del conflitto di classe, riattivazione delle funzioni sociali dello Stato, inevitabilmente associata a investimenti pubblici e dunque a un’economia mista che preveda la nazionalizzazione dei servizi essenziali e dei settori economici strategici, controllo sui movimenti di merci, capitali servizi e persone, controllo sulla moneta nazionale e sulle banche per sfuggire ai ricatti della politica del debito: tutto ciò allude esplicitamente alla realizzazione di un socialismo del XXI secolo che certo non è il socialismo novecentesco (del quale sarebbe tuttavia ora di tracciare un bilancio critico scevro di pregiudizi e demonizzazioni): un socialismo ispirato ai principi costituzionali sopra richiamati, senza nostalgie per esperienze passate.

Parliamo di principi e valori di uguaglianza, equità, solidarietà e giustizia che un tempo avremmo definito “riformisti” ma che nel contesto storico attuale assumono valenza “sovversiva”.

Infine il socialismo del XXI secolo non può essere disgiunto da una vocazione ecologista: di fronte alle catastrofi generate da una crescita orientata esclusivamente al profitto privato, lo slogan “socialismo o barbarie” dovrebbe essere oggi attualizzato in “socialismo o collasso del pianeta”.

Nessuna delle forze politiche che operano oggi nel nostro Paese è in grado – né si propone – di attuare un simile progetto politico. Il governo gialloverde, pur con i suoi evidenti limiti e contraddizioni, è tuttavia espressione del rigetto delle politiche liberiste da parte di quel composito blocco sociale che, lo si è detto in precedenza, è accomunato dalla consapevolezza dei disastri provocati dalla globalizzazione ma non da una coscienza di classe condivisa.

Se ciò è vero occorre dissociarsi nel modo più radicale dagli appelli alla costruzione di un fronte comune antipopulista che vengono da tutti i settori della vecchia politica, compresa buona parte delle cosiddette sinistre radicali.

Questo frontismo che asserisce di ispirarsi ai valori dell’antifascismo, dell’antirazzismo e dell’antisessismo, che brandisce l’arma del linguaggio politicamente corretto contro la rozzezza dei subalterni, non è antipopulista bensì antipopolare, come appare evidente dal palese disprezzo che manifesta nei confronti dell’incultura delle classi inferiori.

Viceversa è nostro compito farci rappresentanti del “populismo del popolo”, come qualcuno ha definito il movimento francese dei gilet gialli, il che implica incalzare i limiti e le contraddizioni del populismo ideologico, svelare l’infondatezza delle sue velleità antisistema e indicare gli obiettivi, le forme e i mezzi per costruire una vera alternativa di sistema che non può non assumere il carattere di un’alternativa di civiltà.

Un’impresa difficile che richiede l’invenzione di un linguaggio del tutto nuovo, capace di suscitare entusiasmo e speranza e di trasmettere con chiarezza e semplicità la novità e la diversità di un progetto politico che si impegni realmente a rappresentare i bisogni e gli interessi popolari.

Concludo qui senza toccare, per ragioni di spazio, altri temi fondamentali che confido saranno trattati nei prossimi interventi.

 

formenti