Ugo Boghetta

Il governo gialloverde ha esaurito la spinta propulsiva? Temo che la risposta sia affermativa. Dopo aver positivamente evidenziato questioni e nodi inerenti l’Unione Europea e le politiche antiausterità non sembra rimanere altro. Questo, tuttavia, non significa necessariamente che abbia finito il suo tempo, che ci sia un’altra maggioranza possibile e che, tantomeno, ci sia un’alternativa migliore.

Una valutazione seria, però, non può prescindere dal ricordare che questa coalizione, se per un verso somma un voto maggioritario contro le politiche liberiste ed unioniste, dall’altra ha unito in modo casuale e contingente due partiti che erano stati fino ad allora su sponde opposte. Inoltre, gli insediamenti territoriali e sociali sono differenziati o molto diversi: sud e nord. Giorgetti l’ha sintetizzato brutalmente nel giudizio sul reddito di cittadinanza: “Piace e chi non ci piace”. Nè vanno dimenticati i cavalli di troia inseriti nella compagine governativa e l’opposizione di quasi tutti i mass media.

Per questi motivi mi sono sembrati ingenerosi tanti giudizi negativi dati in merito alla legge di bilancio e alla trattativa con la Commissione Europea. Mi sembrano frutto di pregiudizi ed atteggiamenti psicologici. Certo, bisogna guardare la luna, ma qualche volta bisogna porre attenzione anche al dito.

La coalizione ed il bilancio, infatti, rimangono i primi tentativi avversi alle politiche unioniste. È il primo tentativo di redistribuzione consistente dallo scoppio della grande e, soprattutto, persistente crisi. Questa caratteristica della legge di bilancio sfidava l’Unione Europea non sui decimali ma sulla destinazione. Infatti, quando i deficit vengono fatti per le banche o le imprese non si alzano alti latrati.

Non è certo questa la manovra che servirebbe per rilanciare l’obiettivo principale: l’occupazione, ma l’alternativa era dare ancora altri soldi alle imprese. Non è un caso che da tempo Confindustria e soci sono sul piede di guerra, in particolare, contro il M5S. E non sembra nemmeno questo il modo per unificare il blocco sociale che vota i due partiti. La giustapposizione di provvedimenti che ne risulta è e sarà inevitabilmente fonte di continui litigi. Inoltre le faglie di difficoltà sembrano proliferare: Tav, TAP, trivelle, ma anche vaccini, giustizia, fisco. Aperta è la questione inerente la ripublicizzazione di autostrade. Un altro potenziale scontro è la nuova mandata di federalismo regionale. Un federalismo che incrina i diritti egualitari dei cittadini sul piano nazionale, penalizza ulteriormente il sud, indebolisce lo Stato nel momento in cui invece andrebbe rafforzato rispetto alla coesione interna ed allo scontro intereuropeo e non solo. Il federalismo porta con se l’idea l’idea del superstato europeo. Un’idea ormai fuori tempo massimo. Che faranno i cinquestelle? Ciò, potrebbe essere anche una faglia di scontro interna alla Lega. Inoltre, ci saranno tensioni man mano che i provvedimenti previsti dal bilancio entreranno nella fase applicativa: reddito di cittadinanza, quota 100, fisco ecc. ecc. Per non dimenticare gli avvoltoi di Bruxelles che volteggiano sui conti. Ed ancor più volteggeranno se dovesse arrivare un’altra crisi.

I sondaggi (a questi nessuno sfugge e diventano un fatto politico) danno il M5S in caduta da mesi. Al di là delle cifre, ciò che conta è la direzione verso l’alto o il basso dei consensi. In questo caso, i motivi del calo possono essere molteplici: i vari cendimenti. Ma anche un elettorato allergico alla Lega. Dall’altra Salvini sembra cominciare a pagare, come Renzi, l’overdose di presenzialismo. Si è fatto prendere la mano.

La spinta propulsiva sembra dunque arenarsi perchè non c’è strategia nei dei due partiti e, tantomeno, una comune.

Per il M5S la strategia è la non strategia. Questo può andar bene quando si è all’opposizione, ma quando sei al governo questa mancanza si ritorce subito contro.

Al contrario Salvini sembrava averne una: no ai migranti e no all’Unione Europea. Sull’Unione aveva fatto una campagna acquisti come la Juventus con “Ronaldo”: le punte anti-euro. Ma da un po’ di tempo, avvicinandosi le elezioni europee, sembra privilegiare l’obiettivo di un cambio della guardia a Bruxelles finalizzato a estromettere i partiti del PSE. Ma cosi facendo, magari sbaglio, non può che mettere la sordina alla rottura dell’Unione.

Sul terreno europeo il M5S è in difficoltà poichè è stato ambiguo in passato ed ancora di più nei tempi recenti. Ora Di Maio e Di Battista hanno proposto di chiudere uno delle due sedi del Parlamento Europeo. Un po’ poco! Mancanza di strategia appunto.

Il fatto è che l’Unione è in crisi irreversibile e nessuna delle forze italiane ha una qualche idea nel merito. Non avere idee oggi è suicida e condanna l’Italia ad un declino non solo economico e sociale ma democratico, culturale ed ideale.

In evidente difficoltà, entrambi i soggetti stanno alzando e occupando in modo ossessivo i mass media. A forza di cambiare divise sembrano Zeling. Ma gli ultimi anni hanno dimostrato che la presenza sui media non sempre è sufficiente e vincente.

Tuttavia, quanto sopra sembra dire che per questa coalizione, a prescindere dalla durata, non ci sarà un altro giro.