flessibilità

 

di CARLO FORMENTI

 

Da non credersi: è vero che ormai il negazionismo in merito agli effetti devastanti di decenni di politiche neoliberiste sui livelli retribuitivi e sulle condizioni di vita e di lavoro delle classi subalterne attinge livelli paragonabili a quelli dei negazionismi sull’effetto serra e sulla Shoà, ma quando si parla di occupazione il limite della decenza è abbondantemente superato. Sull’inserto Innovazione del Corriere del 22 febbraio leggo un articolo in cui si ha ancora la faccia tosta di associare il lavoro precario (contratti a tempo, lavoretti della gig economy, ecc.) alla “libertà di gestire il proprio tempo”.

È pur vero che l’autrice cita le pratiche piratesche delle catene commerciali inglesi che usano i famigerati contratti a zero ore (che permettono alle imprese di convocare il lavoratore anche solo un’ora prima dell’inizio di un turno, di pagarlo un terzo dei dipendenti a tempo pieno e di massacrarlo di straordinari) ammettendo che il 90% della forza lavoro di tali imprese è in queste condizioni. Riconosce anche che dietro i contratti di lavoro apparentemente autonomo dei riders di Uber, Deliveroo, Foodora e simili si cela un rapporto di lavoro subordinato (esposto perdipiù a condizioni vessatorie). Riconosce, infine, che i contratti a tempo determinato “rischiano” (!?) di portare con sé una nuova forma di precarietà. Dopodiché scrive che tutte queste “storture” fanno sì che il “diritto alla flessibilità” (che secondo gli scriba di regime milioni di giovani invocherebbero assai più dell’antidiluviano “posto fisso”) rischi di assumere una connotazione negativa: come se il “diritto” in questione non fosse un’invenzione propagandistica per legittimare l’espropriazione dei “vecchi” diritti sociali conquistati al prezzo di dure lotte (altro che storture: queste macchine da guerra svolgono benissimo la loro funzione, che è quella di indebolire la forza contrattuale del lavoro!).

Naturalmente nella conclusione viene immancabilmente citato l’esempio danese che dimostrerebbe come sia possibile associare flessibilità e sicurezza (peccato che il governo danese offra generosi sussidi di disoccupazione che gli altri Stati europei non possono – ma soprattutto non vogliono – elargire perché incompatibili con i tagli alla spesa pubblica imposti dalla Ue). In ogni caso, per tamponare le troppe “ammissioni” di cui sopra, che rischiano di consentire al lettore di fare due più due, all’articolo citato viene fatta seguire un’intervista all’ineffabile Pietro Ichino, l’ayatollah che ha ispirato buona parte dei provvedimenti antipopolari assunti da Renzi e soci. E qui il negazionismo si fa sistematico, nel senso che Ichino manipola “scientificamente” i dati sull’occupazione per coprire il fallimento delle sue teorie (come di quelle dei vari Blair, Schroder, Merkel, ecc.) e rilanciare l’idea che precario è bello, la richiesta di sicurezza è frutto di patetiche nostalgie novecentesche e provvedimenti come il reddito di cittadinanza servono solo a “disincentivare il lavoro”.

In merito a quest’ultima tesi, invito a leggere il libro “Lavoro alla spina, Welfare à la carte”, curato da Alessandro Somma (ed. Meltemi), di cui si è ampiamente parlato su queste pagine, perché il curatore non ha solo il merito di smontare le argomentazioni di questi attacchi da destra al reddito di cittadinanza, ma anche di dimostrare come sia il reddito di cittadinanza che verrà attuato a seguito della legge voluta dal M5S, sia quello assai più ambizioso e utopistico sognato dai teorici postoperaisti come Andrea Fumagalli e altri, presentino limiti intrinseci che li rendono compatibili con gli obiettivi del sistema liberista (i primi a parlarne furono non a caso Friedman e Hayek), mentre la vera battaglia da condurre da parte dei lavoratori dovrebbe essere quella di rivendicare e imporre politiche di piena occupazione.