trattati

 

di MARIO GIAMBELLI GALLOTTI

 

Certo che per credere che sia qualche trattato economico libero-scambista a garantire la pace interna (tra le nazioni contraenti) ed esterna (con le nazioni non contraenti) e non la volontà politica – quale espressione coerente della volontà popolare – di evitare i conflitti, occorre un’ingenuità che rasenta l’incapacità di intendere.

Se oggi arrivasse al potere un novello Hitler in un qualsiasi Stato UE, non esisterebbe trattato in grado di evitare una guerra.

I trattati non garantiscono nulla. Chi vuole una guerra la dichiara e la combatte, con e senza trattati.

La propaganda unionista sul punto è davvero demenziale.

La pace interna (all’esterno le principali nazioni UE hanno preso parte a non pochi conflitti armati e, come Italiani, purtroppo, non abbiamo esitato ad esportare ovunque la nostra democrazia armata pur di compiacere i nostri colonizzatori a stelle e strisce), per quanto ci riguarda, è dipesa dal fatto che le nazioni contraenti i trattati europei appartenevano ed appartengono anche alla NATO e che dalla fine della seconda guerra mondiale manco un carrarmatino del Risiko si è mai mosso sul tabellone europeo senza (o contro) la volontà dello Zio Sam.

I trattati hanno invece consentito e addirittura favorito il conflitto economico permanente tra gli Stati aderenti, essendo il mercato interno basato sulla forte competizione (art. 3, comma 3° TUE), sia interna (tra gli Stati contraenti), che esterna.

Un conflitto nel quale la moneta unica e le sue regole demenziali hanno giocato brutalmente a favore di alcune nazioni e a sfavore di altre, determinando uno spaventoso regresso dei popoli sul piano sociale, il progressivo impoverimento degli stessi, emarginazione, fallimenti e suicidi per motivi economici.

Le vite umane spezzate in un duro conflitto economico e le umiliazioni patite dalle persone meno fortunate non hanno un valore inferiore a quello delle vite perse in un qualsiasi conflitto armato.

Per aspirare alla VERA pace occorre immaginare una società in cui non vi sia egoismo e forte competizione, bensì altruismo, solidarietà, collaborazione.

Occorre cioè immaginare una società costruita sul modello previsto dalla nostra Costituzione del 1948 e, quindi, sui principi generali di libertà-partecipazione, di sovranità popolare (nel concetto di potere principalmente volto alla tutela dei principi e dei diritti fondamentali, specie quelli sociali), di giustizia sociale, di intervento economico pubblico per assicurare la piena occupazione della forza lavoro e l’eguaglianza sostanziale.

Occorre immaginare di attuare un modello sociale antitetico a quello liberale unionista.
Un futuro ordinamento che impegni inderogabilmente la “Repubblica” (e principalmente lo Stato-apparato) a rendere effettiva la democrazia, garantendo a tutti uguali diritti, analoghe possibilità di partecipazione alla vita collettiva senza subire gli ostacoli frapposti dall’assetto sociale, tendendo alla massima diffusione del potere ed al suo effettivo, concreto esercizio da parte del popolo.

Occorre, in estrema sintesi, immaginare un’alternativa socialista.