gandhi

di Piotr

Ogni volta che c’è un anniversario gandhiano – e lo scorso 2 ottobre è stato il 149° dalla nascita – nasce la diatriba Gandhi sì-Gandhi no, nonviolenza sì-nonviolenza no. E si ritorna sempre sull’ammirazione di Gandhi per Mussolini.

C’è chi lo vorrebbe santo subito e chi lo vorrebbe invece cacciare nell’inferno dei traditori e dei collaborazionisti.
Senza pensare assolutamente di essere esaustivo, vorrei affrontare la questione usando un metodo che mi sembra inedito.
Innanzitutto, la figura di Gandhi è complessa come è complessa la storia dell’indipendenza indiana. Mussolini era ammirato da più parti contrastanti. Dal conservatore inglese e feroce vestale dell’Impero, Winston Churchill a personalità politiche antibritanniche, basti pensare a Hitler ma sarebbe interessante anche parlare del filofascismo ambiguamente antibritannico di Lawrence d’Arabia.
Il discorso sarebbe lungo e in realtà varrebbe la pena di sviscerarlo, perché nell’epopea gandhiana rientrano categorie come “indipendenza”, “comunità”, “socialismo”, “antimperialismo”, “antiprogressismo”, persino “ecologia”, che sono categorie oggi molto attuali.
Al pari di oggi, invece, la categoria di “classe”, in senso marxiano, non rientra.

Un esempio significativo della complessità e delle contraddizioni non del pensiero gandhiano, bensì del progetto gandhiano (cosa più importante), è  la nozione di “swadeshi” con cui il Mahatma descriveva un (auspicato) sistema di produzione basato sulla struttura a villaggi dell’India, con prima priorità  l’autosufficienza e solo poi il commercio. E’ un esempio significativo perché illustra bene l’interessante connubio tra società, comunità, ecologia ed economia concepito da Gandhi.

Ma invece di fare tanti discorsi, credo che i percorsi divergenti dei suoi più stretti collaboratori di sinistra illustrino bene le principali sovrapposizioni e ambiguità del pensiero di Gandhi, inevitabili se non si ha un approccio scientifico, ovvero (per me) di classe, alla complessità del reale. Vediamoli molto in breve:

1) Jawaharlal Nehru trasformò il concetto di “swadeshi” in quello di “import-substitution”, ovvero di maggior autarchia possibile nello sviluppo economico-industriale. Cosa che favorì i grandi complessi familiari indiani, come i Tata e i Birla. Se l’arcolaio era un potente simbolo di indipendenza (per tutta una serie di motivi che qui non sto a spiegare – se qualcuno ce l’ha, li ho descritti nel mio libro “Naxalbari-India. La rivolta nella futura terza potenza mondiale”), un simbolo ecologico e comunitario contro le industrie tessili inglesi, swadeshi con Nehru diventa sinonimo di sviluppo industriale indiano con risorse indiane. Con la figlia di Jawaharlal, Indira Gandhi (nessuna relazione col Mahatma), questa contraddizione, basata sostanzialmente sull’idea di un “socialismo dall’alto”, si evidenzia ancora di più: da una parte la nazionalizzazione delle banche, anche per portare a termine le riforme agrarie antifeudali, dall’altra lo Stato di Emergenza e la feroce repressione dei comunisti maoisti (10.000 morti, 50.000 in galera). Il che, detto tra parentesi, dimostra che nazionalizzare è bello ma non è condizione sufficiente, ché le condizioni sufficienti sono date dalla politica (in questo caso l’orizzonte politico di Indira era semplicemente se stessa).

2) Aravinda Ghos, ovvero Aurobindo. Fautore della rivolta armata contro gli Inglesi (il Vicerè lo considerava l’uomo più pericoloso), ricercato dalla polizia del Raj, nel 1910 si rifugia a Pondicherry, allora enclave francese. Lì si dedica alla filosofia, allo yoga e alla meditazione e diventerà Sri Aurobindo. Oggi a Pondicherry esiste ancora un suo famoso ashram. Pur integralmente antibritannico, durante la guerra si schierò però dalla parte degli Alleati ritenendo che il pericolo principale fosse il nazismo (idea estranea a Gandhi).

3) E veniamo al personaggio più inquietante e contrastante, ovvero Subhas Chandra Bose. Rappresentava l’estrema sinistra del gruppo attorno a Gandhi. Durante la guerra, al contrario di Aurobindo, prese decisamente le parti dell’Asse e formò un’unità militare di volontari indiani (più che altro ex prigionieri di guerra fatti dai Tedeschi in Nord Africa), chiamata Azhad Hind Fauj (cioè Legione dell’India Libera), prima inquadrata nella Wermacht e poi nelle Waffen-SS. Divenne così il Netaji, cioè il Duce, o più letteralmente il Leader Rispettabile. Morì in circostanze non ancora chiarite nell’agosto del 1945. Può sembrare molto strano, ma la figura del Netaji è ancora molto onorata in tutta la sinistra indiana, da quella marxista-leninista a quella che per 30 anni è stata al governo nel Bengala Occidentale. A lui, infatti, è dedicato l’aeroporto internazionale di Calcutta.

Insomma, questi tre diversi percorsi forse illustrano in modo sufficientemente plastico le contraddizioni intrinseche al movimento d’indipendenza indiano e, per forza di cose, al suo leader indiscusso, il Mahatma Gandhi. E illustrano la rilevanza e i limiti del nazionalismo nelle trasformazioni sociali. Oggi la sinistra pensa invece, con disarmante semplicità, che il concetto di “nazione” urti direttamente con quello di “trasformazione socialieprogressista”, ché il nazionalismo, o più precisamente il “sovranismo”, termine dispregiativo benché in effetti sia più preciso, limitato e libero da scorie revansciste di “nazionalismo”, per la sinistra, è sinonimo di reazione. Un’idea francamente ottusa che lascia spalancate a Salvini e compagni non finestre ma portali d’onore. La Prima Internazionale è intrecciata ai risorgimenti. In tutte le rivoluzioni socialiste, quella russa, quella cinese e quella cubana, la questione nazionale era al centro, o perché era in atto una guerra (Russia), o perché era in atto un’occupazione militare (Cina) o perché era in atto un occupazione imperialista attraverso un governo compradore (Cuba, dove la parola d’ordine era niente meno che “Patria o muerte!”).

Così come i nostri sinistri-sinistri hanno un’idea distorta della dimensione nazionale (e se per quello anche della dimensione comunitaria) e del suo ruolo nei conflitti e nella crisi attuali, i gandhiani nostrani hanno un’idea tutta loro e tutta edulcorata di Gandhi e della nonviolenza.

A loro ricordo la definizione che Arundhati Roy diede dei guerriglieri maoisti e che fece inviperire mezza India: “gandhiani con fucile”.
Un paradosso?