odio

 

di CARLO FORMENTI

 

Che ne è dell’odio di classe quando non è più civilizzato dalla politica, quando spariscono (o permangono come simulacri del passato, svuotati di ogni funzione di rappresentanza reale) partiti e sindacati operai, le istituzioni che fino alla fine del secolo scorso lo organizzavano e lo canalizzavano verso obiettivi condivisi da larghe masse di lavoratori e cittadini?

Mi riferisco a un’epoca, la nostra, in cui le disuguaglianze hanno raggiunto livelli intollerabili, e in cui, al tempo stesso, l’odio che esse generano è vissuto dai singoli individui che stanno alla base della piramide sociale, espropriati della capacità di farsi soggetto collettivo, consapevole della propria forza e dei propri interessi, in capo a decenni di guerra di classe dall’alto, per usare la felice espressione di Luciano Gallino.

Che forme assume il rancore degli sconfitti nei confronti dei vincitori? Risponderò citando tre esempi tratti dalla cronaca recente, ordinati secondo un tasso crescente di contenuto politico.
Primo esempio. Anna Sorokin, ovvero: se non puoi batterli imbrogliali. La bella Anna, ventottenne figlia di un camionista, ha condotto per qualche tempo una vita da vip negli ambienti più esclusivi della Grande Mela, spacciandosi per una ricca ereditiera. Ha ottenuto prestiti di centinaia di migliaia di dollari da privati, con quelli ha aperto conti correnti in banche da cui ha ricevuto prestiti ancora più generosi. È andata avanti così, inanellando truffe, debiti inevasi e conducendo la bella vita nei locali più esclusivi di Manhattan. Alla fine si è prevedibilmente ritrovata dietro le sbarre.
Questa figura di truffatore (truffatrice nel caso in questione), pur simpaticamente geniale, incarna il grado zero di un odio di classe ridotto a invidia: quello che hanno loro lo voglio anch’io e, visto che sono una massa di idioti narcisisti che credono di poter riconoscere i propri simili in base al look, mi sarà facile raggirarli esercitando l’arte del mimetismo. Una piccola rivincita temporanea, inadatta ad arrecare danni reali al nemico, il quale può persino trarre godimento dalla performance del truffatore, così come si gode di una qualsiasi interpretazione attoriale (non a caso, dalla vicenda sarà tratta una serie su Netflix).

Secondo esempio. La minaccia dei rider, ovvero: risparmi grazie al mio sfruttamento? Allora paga, o te la faccio pagare io. Il 25 aprile è apparso sul profilo Deliverance Milano l’elenco dei vip che non danno mance ai fattorini che consegnano cibo a domicilio, accompagnato da oscure minacce.

E qui siamo al grado zero della lotta sindacale, anche se uno dei destinatari della minaccia si è permesso di dare una lezione di sindacalismo ai rider: non è con noi che dovete prendervela, ma con i vostri datori di lavoro.

Battuta sciocca per due motivi: 1) perché i lavoratori della gig economy faticano ad adottare forme di organizzazione sindacale tradizionale (isolamento, nessun riconoscimento né tutela legale, ecc.), 2) perché i consumatori (non solo i vip, ma tutti gli utenti di servizi low cost) non sono parte innocente rispetto allo sfruttamento delle aziende nei confronti del popolo dei lavoretti: se possono usufruire di prodotti e servizi a basso costo è infatti solo grazie a quello sfruttamento.

L’odio di classe non si rivolge solo contro il vertice della piramide, ma anche contro il blocco sociale che ne condivide i privilegi. È chiaro che questa forma di lotta serve solo a richiamare l’attenzione pubblica sul problema. Ma è già qualcosa.

Terzo esempio. Gilet gialli, ovvero: ci cacciate dalla metropoli? E noi ce la riprendiamo. L’insistenza con cui i gilet gialli continuano a invadere ogni sabato – sia pure a ranghi ridotti rispetto alle grandi manifestazioni iniziali – le strade di Parigi, si nutre dell’odio nei confronti delle élite protagoniste del processo di gentrificazione della capitale francese (così come di tutte le altre metropoli occidentali); cioè della rapida concentrazione di risorse, privilegi e vantaggi associati al processo di finanziarizzazione dell’economia nei maggiori centri urbani, mentre le periferie – dove le classi subordinate vengono espulse e confinate – ne subiscono gli effetti negativi (calo di occupazione e livelli di reddito, servizi costosi e di bassa qualità, mobilità fisica e sociale decrescenti, ecc.).
Qui l’orizzonte si allarga: soggettività diverse mettono assieme le proprie rivendicazioni fino a costituire un’unità, l’embrione di un popolo unificato, per ora, solo dalla consapevolezza di avere un nemico comune, un popolo che attende ancora di trovare compiuta espressione politica.

Gesto di ribellione individuale, grado zero della lotta sindacale, grado zero della lotta politica: tre figure dell’odio di classe che testimoniano dell’irriducibilità di un conflitto che nemmeno la grande offensiva neoliberista ha potuto neutralizzare, anche se è riuscita a farlo regredire a forme barbariche. Ma senza passare dall’irruzione barbarica, nessun nuovo progetto di civilizzazione può nascere.