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di MIMMO PORCARO

 

Non preoccupatevi, non voglio imporvi meditazioni su temi come “dove vanno le nuvole nel cielo” o “dove sono le nevi d’un tempo”. E nemmeno sull’interrogativo, caro al poeta Paolo Conte, “chi siamo noi, e dove andiamo noi, a mezzanotte, in pieno inverno, ad Alessandria?”.

Parlo di cose più prosaiche – anche se non necessariamente più facili: dove va il governo italiano e dove vanno quelli che, come noi, non stanno né coi gialloverdi né con l’inguardabile sinistra?

Quanto alla direzione del governo bisogna considerare la strategia del partner più forte, che è Salvini, perché la strategia di Di Maio consiste per ora soltanto nel rintuzzare quella dell’alleato-rivale.

Mi pare evidente che Salvini non intende per ora rompere con nessuno, né con l’Unione, né con Di Maio. Il suo scopo principale è quello di massimizzare i consensi di quest’ora fortunata per giungere ad un mutamento dei rapporti di forza nel Parlamento europeo fino a sostituire, se possibile, l’attuale centrosinistra comunitario con un blocco popolari-populisti. Il tutto per poter continuare nel mix liberista-protezionista basato su tolleranza fiscale, deficit (ma senza esagerare), parziale espansione del settore pubblico da utilizzarsi a fini privatistici, protezione del piccolo-medio capitale e, se proprio necessario, di alcune frazioni del lavoro.

In tale quadro, i “cedimenti” delle ultime giornate sembrano essere soltanto un inevitabile espediente tattico, probabilmente già programmato, ma certamente reso più urgente da tre fattori che indico in ordine di importanza: il persistere di uno spread comunque minaccioso, il flop della vendita dei BTP-Italia, concepiti per i piccoli risparmiatori (cosa preoccupante che però rispecchia una tendenza non nuova alla diminuzione dell’investimento finanziario popolare ,con conseguente preferenza per i depositi in conto corrente), e soprattutto la programmata manifestazione di Confartigianato contro i rischi insiti nella politica di governo. Rischi derivanti, secondo la base sociale piccolo-capitalista della Lega, sia dal litigio con la Commissione e coi “mercati”, sia dall’alleanza col M5S.

Se la flessibilità tattica del governo ridurrà, in un modo o nell’altro, la frizione con una Commissione in evidente crisi politica, quella che le opposizioni salutano come una sconfitta del governo sarà invece la conferma della sua “fermezza” e della sua “saggezza”, almeno fino alla verifica completa dell’effettivo contenuto delle norme più attese. Conte, Salvini e Di Maio, se non altro nel breve periodo, potrebbero quindi andare verso un momentaneo rafforzamento.

A smentire questa ipotesi potrebbe concorrere, sempre “nel breve” l’ottusità della Commissione (che riflette l’incertezza di Francia e Germania, che in mancanza di meglio al momento ripetono pavlovianamente il mantra del disciplinamento).

Ma nel medio periodo potrebbe succedere qualcosa di più grosso. E cioè si potrebbe muovere il “convitato di pietra” della cui presenza, presi come siamo dalle nostre questioncelle, quasi non ci accorgiamo: l’incombere di una nuova ondata di crisi mondiale dovuta al sovraindebitamento del capitalismo privato, aggravata dall’indebolimento dei bilanci pubblici già fiaccati dall’aver arginato (alla faccia dell’antistatalismo liberista) l’ondata del 2007.

Sarebbe, per il duopolio che guida l’Europa, l’occasione per giocare il tutto per tutto, e ripetere, indurendola, la politica di “salvare” i debitori mettendoli però, grazie all’austerity, nelle condizioni di non ripagare mai il debito e quindi di svendere completamente il proprio sistema bancario e quel che resta della propria sovranità.
Questa eventualità rimetterebbe tutto in discussione, ed in quel caso veramente si misurerebbe la forza (o la debolezza) reale del governo, e si aprirebbe la strada alla sua crisi, o a una non breve egemonia sul paese.

La situazione, insomma, consente solo previsioni di breve momento. L’unica cosa veramente certa è la fine della rilevanza politica di tutta la sinistra, uccisa dal suo liberismo e dal movimentismo neoanarchico che del liberismo è la replica radicale.

Non servirà a nulla rappattumare il PD, né servirà la lista ultraeuropeista di De Magistris (dico “ultra”, perché se qualcuno continua ad essere europeista “critico” anche dopo le continue dimostrazioni della irredimibile natura classista dell’UE, vuol dire che è proprio un europeista inguaribile, che di europeismo morirà).

Non avranno mai i numeri e, se mai li avessero, farebbero solo danni, inginocchiandosi celermente ai diktat europei, come vuole il loro degno sodale Alexis Tsipras. Quindi, se i valori socialisti, solidaristici, operai e popolari che furono della sinistra italiana possono rivivere in qualche modo, ciò può avvenire solo grazie a chi europeista non è, ossia solo a quella che viene chiamata genericamente “area sovranista”.

Che però, a sua volta, non è priva di problemi. E non parlo soltanto o soprattutto della frammentazione, che anzi potrebbe ridursi, viste le tendenze centripete che iniziano a manifestarsi, favorite anche dal “Diamoci una mossa” di Rinascita!.

Parlo piuttosto di un limite storico, accentuato da un limite politico. Il limite storico è quello della confusione fra strategia e tattica. La meritoria individuazione dell’Unione Europea e dell’euro come nemici del paese e dei lavoratori si è troppo spesso risolta in una rivendicazione immediata dell’exit come unica parola d’ordine: il che, per agire concretamente, è davvero poco.

Il limite politico deriva dalla nascita del governo gialloverde, che se ha liquidato la sinistra ha posto comunque il sovranismo costituzionale e democratico di fronte alla necessità di evolvere. Esso non può più esistere, o essere percepito, solo come sovranismo. La rivendicazione della sovranità nazionale è ormai un refrain del governo, che, almeno mediaticamente, su questo punto lavora bene.

Bisogna piuttosto spiegare che si è sovranisti perché quella è la condizione per riattualizzare i valori progressivi della Costituzione del ’48. Perché si vuole ricostruire lo Stato, e quindi un sistema industriale che aumenti il peso internazionale del paese, garantendo per questa via una nuova politica di piena occupazione.

Bisogna insomma rialzare le vere bandiere della sinistra mostrando che esse sono incompatibili con l’Unione Europea, e sono invece compatibili con una cultura e dei bisogni che vanno ben oltre gli stessi bacini della sinistra popolare di una volta.

Ci vorrà tempo per fare un nuovo partito. Ma bisogna cominciare subito. Altrimenti l’inevitabile battaglia per la sovranità verrà gestita solo da forze di destra o comunque inadeguate.

Altrimenti il campo che fu della sinistra potrebbe non già ampliarsi, ma restringersi in un’alleanza tra perdenti, ossia tra un M5S soverchiato dalla Lega e i rimasugli della liberal left. Il paese, i cittadini, ma anche il travaglio del M5S, meriterebbero altri interpreti ed altri interlocutori.