LETTERA APERTA

AL SOVRANISMO COSTITUZIONALE

 

sovranismo

 

 

Le forze che in questi anni hanno rivendicato la sovranità nazionale come strumento irrinunciabile per riaffermare l’autonomia politica dei lavoratori e dei cittadini (forze che non disdegnano di chiamarsi sovraniste, ma lo fanno in quanto socialiste o solidariste), si trovano di fronte ad una svolta assai importante.

La conferma pratica della giustezza delle loro intuizioni (l’irriducibilità del conflitto tra l’occidente e il resto del mondo, la durezza delle divisioni tra gli stessi paesi occidentali, la natura gerarchica e irriformabile dell’Unione europea) impone ora uno scatto in avanti sia in termini analitici che in termini politico-organizzativi.

Per approfittare delle dinamiche di aggregazione che iniziano a manifestarsi nell’area bisogna superare i ristretti limiti del sovranismo storico, ossia: a) la presentazione (a volte intenzionale, a volte imposta dalle circostanze) della sovranità nazionale come fine e non come mezzo, b) la conseguente incapacità di definire e articolare obiettivi concreti, c) la conseguente astrattezza di fondo che ha favorito la difesa gelosa del “proprio” sovranismo e la frammentazione in piccoli gruppi nonostante la presenza di analisi simili o largamente convergenti.

Al riguardo, Rinascita! propone qui di seguito alcuni spunti di riflessione, intesi come una traccia per una produttiva discussione pubblica.

Lo “scatto in avanti” di cui parliamo è evidentemente imposto soprattutto dall’acuirsi del conflitto tra governo, Unione europea, mercati.

Comunque vada, sia che il governo vinca, sia che perda, sia che giunga ad una qualche mediazione, sia che l’euro crolli oggi sia che muoia dopodomani, è assolutamente necessario che una posizione sovranista-costituzionale si presenti con chiarezza di fronte a tutti, perché l’intreccio tra questione nazionale e questione di classe è cosa che non si identifica solo con la questione dell’euro e dell’Unione, ma riguarda un’intera fase storica.

E per cominciare dobbiamo dar vita ad un’azione non frammentaria sia per sostenere e potenziare l’aspetto dinamico dell’azione governativa, minimizzando al contempo i rischi di “codismo”, sia per utilizzare al meglio il mutamento dell’agenda politica al fine di far conoscere la nostra posizione al di fuori della nostra ristretta cerchia. Bisogna individuare azioni concrete che rendano visibili le nostre particolari idee. E soprattutto si deve avere e propagandare un programma chiaro che vada oltre la semplice rivendicazione antieuropea e consenta al paese di affrontare al meglio le tempeste dei prossimi anni, e di iniziare una vera e duratura redistribuzione del reddito a vantaggio delle classi popolari, che può avvenire solo modificando in modo significativo i rapporti di classe e di forza interni ed esterni e ricominciando a controllare mercati e speculazione.

Nel vivo dello scontro di oggi, va quindi detto a chiare lettere che l’azione del governo contro Bruxelles, azione che comunque appoggiamo, si rivela insufficiente perché non prevede di dotare il paese del forte apparato pubblico necessario sia a sostenere una rinnovata sovranità economica sia a utilizzarla in senso popolare. Rivendicare la sovranità, o farne comunque l’elemento più appariscente della propria proposta politica non basta. Da sola, la sovranità può preludere a qualunque politica, anche ad un mix di liberismo e protezionismo, usato magari come puntello della cadente Unione.
Denunciando non solo le politiche securitarie, ma soprattutto i limiti di classe del governo (una coalizione a forte contenuto popolare ma egemonizzata dalla piccola e media impresa: flat tax, condoni, semi-statalismo a fini privatistici…) dobbiamo dunque proporre quattro grandi riforme.

1) Riforma dello stato: ricostruzione quantitativa e soprattutto qualitativa degli apparati, valorizzazione delle competenze e dell’entusiasmo dei giovani lavoratori, sviluppo di centri nazionali di formazione che mettano gli apparati in grado di contrastare ed invertire, prima di tutto sul piano delle competenze, la tendenziale privatizzazione delle funzioni pubbliche. Nel contempo costruzione di autonome strutture di controllo popolare capaci di essere contraltare dialettico dell’apparato pubblico senza assumere in prima persona funzioni di gestione. Insomma: stato autorevole e società indipendente, mentre oggi vige un inefficace intreccio collusivo tra le due sfere

2) Riforma dell’economia: controllo politico della Banca centrale, costruzione di un’economia mista a direzione pubblica, legittimata dalla crisi generale del capitalismo e dalla particolare latitanza della grande impresa privata italiana. Riforma che è l’unica strada per affrontare anche il problema storico, oggi ulteriormente acuito, del Sud che non si risolve né con elargizioni né con investimenti estranei al tessuto economico sociale del mezzogiorno.

3) Riforma del lavoro: politiche orientate alla piena occupazione e alla valorizzazione del ruolo effettivo che tutti i lavoratori, a prescindere dalla qualificazione, svolgono nelle delicate situazioni create dall’attuale mutevolezza dei flussi e delle strutture. Senza la creatività (mai pagata e mai riconosciuta) di tutti i lavoratori l’apparato pubblico sarebbe affondato sotto il peso dei tagli e molte piccole-medie imprese non avrebbero retto alle fluttuazioni del mercato. Non è invece una buona idea addentrarsi sul terreno della flexsicurity.

4) Riforma del risparmio e della tassazione: canalizzare l’ingente risparmio delle famiglie verso investimenti produttivi interni, facendo così anche emergere una ricchezza da sottoporre a moderata tassazione che darebbe comunque frutti rilevanti.

L’attuazione di un simile programma richiede la costruzione di una coalizione sociale molto più ampia dell’attuale, includente anche una buona parte del lavoro dipendente che ancora (per poco) si riconosce nella sinistra attuale e, dall’altra parte, dei medi risparmiatori in cerca di acque meno agitate.

E’ per attuare un tale programma, e non per improvvise ubriacature tricolori, che è necessario ed inevitabile riconquistare la sovranità, superare l’euro e la stessa Unione europea, proponendo un piano
A) che preveda un’uscita concordata, aperta alla costruzione di una confederazione europea di stati sovrani, dotata di meccanismi di correzione degli squilibri interni e di una comune politica estera di pace; ed un piano B) che preveda l’exit unilaterale, con successiva mediazione. Tale superamento si inscrive nella più generale necessità di ridefinire la collocazione internazionale del paese: la tendenza statunitense alla guerra e la tendenza tedesca alla centralizzazione economica rendono estremamente dannosa per l’Italia la prosecuzione delle alleanza di sempre. Con tutte le necessarie prudenze e variazioni tattiche, consapevoli che non è possibile sfidare contemporaneamente tutto il mondo, e senza rinunciare all’obiettivo ottimale della confederazione europea di cui sopra, il paese deve, sulla base del forte retroterra costituito dall’ampliamento del mercato interno favorito dall’intervento pubblico, incrementare i rapporti economici e politici coi Brics e creare, nelle zone più vicine, un’area economica cooperativa, favorevole a politiche pro-labour. La crescita di una prospettiva politica di sovranismo democratico e costituzionle è strettamente legata alla capacità di individuare e tessere fin da ora i legami internazionali decisivi.

Questo insieme di idee deve essere fatto vivere attraverso parole d’odine concrete. Due iniziative potrebbero essere immediatamente pensate. La prima sulla difesa della democrazia italiana contro Bruxelles e contro i nemici interni, a cominciare da Mattarella e dal sistema dei media: non una semplice difesa del governo esistente, ma la riaffermazione di un principio di base valido per qualunque governo che voglia fare una politica popolare. La seconda sul lavoro (e quindi sul programma pubblico di piena occupazione) come vero strumento di cittadinanza e di lotta alla povertà.

Si deve inoltre esser pronti, e forse soprattutto nel Sud, al sorgere di possibili conflitti dovuti alla crescita delle aspettative dell’elettorato gialloverde, e quindi lotte dei lavoratori precari o proteste dei risparmiatori in caso di riforme bancarie punitive per gli istituti italiani.

In ogni caso un nuovo progetto politico deve cercare da subito di radicarsi in esperienze di lotte sociali e favorirle. In questo senso la definizione e la propaganda di un forte programma pubblico, e quindi l’idea di uno stato autorevole, può essere più utile (come obiettivo di lotta e come fattore di credibilità di un progetto) di tanti passati tentativi movimentisti e autogestionari.

Tutto quanto sopra, però, ha senso ed è possibile solo se inizia a costruirsi un soggetto politico, non certo un partitino, ma un’aggregazione che comunque si ponga da subito il problema di più significativi sviluppi. Non vivremo tempi tranquilli. Quindi un nuovo soggetto non potrà essere, alla fine del percorso della sua costituzione, una fragile federazione di gruppetti gelosi della loro piccola storia, frenata da meccanismi decisionali bizantini. Deve piuttosto essere (ripetiamo: alla fine di un percorso non breve) un partito unitario che ovviamente contempla l’esistenza di diverse aree politico-culturali.

Un partito è un’idea che a mano a mano diventa organizzazione: l’aggiornamento dell’analisi e della proposta è quindi la base per la costruzione di un’unità che non sia una semplice mediazione tra ciò che già esiste. Bisogna muoversi presto. Se non si riesce a presentare una lista per le elezioni europee, è però necessario arrivare a quell’appuntamento almeno con una posizione comune e con un processo costitutivo già avviato, pronto all’altro appuntamento: quello con la crisi post-elettorale. Il “presto” è tra la fine del 2019 e l’inizio del 2020: bisogna arrivarci con passi, tempi e forme condivise.

 

Il momento è favorevole. L’Unione europea si è ormai infilata in un vicolo cieco. La Brexit, la debolezza di Macron e della Merkel, l’estensione del partito americano (inclusi Visegrad e Salvini), fanno sì che la parola resti a burocrati irresponsabili ed incapaci. Nessuna credibile (o comunque vendibile) proposta politica giunge dai vertici europei e, per conseguenza, tutte le tradizionali opzioni politiche italiane sono saltate: l’europeismo subalterno del PD e di Forza Italia, l’europeismo critico della sinistra radicale, lo stesso antieuropeismo antistatuale ed anazionale di una parte minoritaria di quest’ ultima non sono più credibili. Sopravvivono a sé stessi. Permane e si diffonde solo la prospettiva gialloverde, per quanto differenziata al proprio interno. Permane e si diffonde perché è l’unica a porre la questione del momento, ossia la questione nazionale, il cui “ritorno” (ma non se n’era mai andata…) non è l’effetto della propaganda dei sovranisti, ma dell’azione dei liberisti: è la logica reazione al fallimento di una (pseudo) globalizzazione inevitabilmente gerarchica e antipopolare.

Ma se emerge la questione nazionale emerge anche lo spazio per la nostra proposta: perché di nazione si può parlare nell’interesse di una classe o di un’altra, e avendo in mente progetti di paese completamente diversi. E’ nel caos aperto dalle due crisi (inevitabilmente contemporanee) dell’Italia e dell’Unione che dobbiamo far crescere la nostra proposta, definendo da subito la road map di un processo costitutivo che si rivolga a tutti coloro che, in questo caos, cercano un progetto capace di riproporre, adeguandoli all’oggi, i fondamentali valori costituzionali del paese.

E’ probabile, anche se non è affatto scontato, che una parte significativa dei nostri interlocutori provenga dalle fila della sinistra attuale, che si avvia a diventare la vera “sinistra del passato”. Infatti da quelle parti non si registra nessun progetto realmente innovativo. Tutti ripetono con insistenza le idee e le pratiche che li (ci) hanno condotti alla rovina: le svariate intonazioni dell’europeismo, il battere i pugni su un tavolo che non c’è, l’idea impraticabile della riforma dei trattati, la stantia tiritera dell’azione che parte dal basso, ma non sa dove andare. Ma questa crisi, per ora, non produce smottamenti significativi, ed anzi dà la stura a difese identitarie. Non si spiega altrimenti la scelta di puntare (invece che sulla ragionevole coppia regolazione dei flussi/regolarizzazione all’interno) su una accoglienza no border che è impraticabile da chiunque, e in particolare da un paese che sta in mezzo a tutti i flussi. Una scelta, questa, che è buona solo a compattare le proprie fila, ma porta ad inimicarsi ulteriormente l’elettorato popolare per difendere un’idea che, peraltro, al momento di governare verrebbe immediatamente abbandonata.

Per intervenire positivamente nella crisi della sinistra, nei confronti della quale è necessaria una posizione rigorosa che eviti però le asprezze inutili, è necessario alzare il tiro della nostra proposta e sottolinearne il carattere tendenzialmente socialista. Economia pubblica, controllo popolare, piena occupazione sono proposte che si inscrivono nella crisi del capitalismo mondiale: la trasformazione del debito privato in debito pubblico ossia, ancora una volta, il salvataggio del capitalismo ad opera degli stati, legittima i cittadini di quegli stati a chiedere la gestione pubblica della ricchezza così salvata: una richiesta socialista. Ma l’attuazione di politiche socialiste richiede la trasformazione radicale dell’ordine mondiale nel quale si realizza il dominio del capitalismo e quindi richiede il recupero della sovranità nazionale come premessa per una politica di vera solidarietà trai popoli. Chiunque a sinistra sia ancora mosso da ideali socialisti e chiunque, da qualunque parte provenga, scopra l’innegabile attualità di quegli ideali è nostro potenziale interlocutore. Il progresso della crisi potrebbe moltiplicare il numero di questi interlocutori ben oltre le nostre aspettative.

 

Affrettiamoci!

Per agire. Non per testimoniare