america

 

di CHIARA ZOCCARATO

 

E’ paradossale che sia l’America, con il tasso di disoccupazione al 3.7%, il paese in cui è stata lanciata la proposta di un lavoro garantito.

E’ paradossale che sia la patria del turbo-capitalsimo ad avere oggi giovani candidati democratici che parlano apertamente di “socialismo”, e ancora, è paradossale che sia l’unico paese in cui la classe dirigente che non ha fatto austerity, anzi, Obama ha raggiunto deficit del 10%, sia stata punita con la sconfitta elettorale.

Di questi paradossi abbiamo voluto parlare con Pavlina Tcherneva, economista brillante e coautrice degli studi accademici su cui si basano due delle proposte del Senatore Bernie Sanders che stanno riscuotendo maggior successo e di cui si discute molto anche nei media statunitensi: la cancellazione dei debiti degli studenti universitari e, soprattutto, il Job Guarantee, un’occupazione garantita a salario di dignità per tutti i disoccupati che vogliono e sono in grado di lavorare.

Per salario di dignità si intende al di sopra della mera sopravvivenza fisica, che permette un livello di vita dignitoso e in più aggiunge un pacchetto di benefits, tra i quali l’assistenza sanitaria. 

Il neoliberalismo porta a questi paradossi e per rendere comprensibile in che modo, la Professoressa Tcherneva è partita da un’analisi del funzionamento dei sistemi economici.

Ha spiegato come la narrazione economica oggi mainstream parta da un assunto che definisce immorale.
L’economia è “ciclica”, per cui si alternano momenti di crescita e altri di contrazione, va stabilizzata, per evitare recessioni troppo lunghe o gravi, ma la teoria economica ufficiale affida questo compito alla flessibilità della forza lavoro e quindi al fatto che i lavoratori possano essere licenziati in tempo di crisi, permettendo così alle aziende di recuperare marginalità e competitività, con la creazione, quindi, di una scorta di disoccupati.

Sempre per la teoria mainstream, i disoccupati verranno riassorbiti man mano che l’economia si riprenderà, ma mai completamente, dovrà sempre esserci una percentuale, definita di “disoccupazione naturale”,  che ha il compito di frenare le spinte inflattive e mantenere la stabilità dei prezzi.

La Modern Money Theory per svolgere la stessa funzione stabilizzatrice, sia del ciclo economico sia dei prezzi, propone la creazione una riserva di “occupati”, evitando così di gettare nella disperazione migliaia di individui e famiglie, il cui costo sociale andrebbe comunque a pesare sul bilancio pubblico in termini di assistenza e in termini di aumento della criminalità, del disagio mentale e fisico, d’incuria e abbandono di intere aree.

Il costo finanziario di un piano di lavoro garantito è di gran lunga inferiore e preferibile rispetto alla totalità degli oneri finanziari e di quelli sociali e umani che la disoccupazione comporta.

Lavoro, che oltre ad essere un diritto umano fondamentale, tra gli altri benefici, sostiene la domanda interna, perché i lavoratori hanno un reddito da spendere, e crea beni e servizi fuori mercato, ricchezza sociale che viene re-distribuita nella comunità, cosa, quest’ultima, che un semplice reddito garantito si perde.
E’ quindi uno strumento molto più efficace di stabilizzazione economica, che va inoltre a fissare un salario minimo effettivo.

Nella loro proposta il salario orario previsto è di $15/h, che è superiore ad alcuni lavori del settore privato. L’impresa si troverebbe dunque nella situazione di dover competere per avere la forza lavoro, alzando i salari al di sopra di quella cifra base. Un modo molto efficace di combattere lo sfruttamento.

La preoccupazione che giornalisti, economisti, politici e opinionisti hanno nei confronti della spesa in deficit o del debito pubblico, deriva da una interpretazione sbagliata del loro significato macroeconomico.

La spesa dello Stato, il suo debito, è il credito del settore privato, il nostro guadagno. Questo non significa che lo Stato debba spendere continuamente, certamente non oltre il raggiungimento della piena capacità produttiva, o che sia in qualche modo necessario raggiungere il pareggio di bilancio nel medio termine, come alcuni, che pur ammettono la necessità di un intervento dello Stato nell’economia, si affrettano a dire.

Semplicemente non è quello il parametro da guardare, ce ne sono altri di cui tenere conto, il primo è il tasso di disoccupazione e poi l’inflazione.

Nel dibattito mediatico, generalmente condotto da chi questa teoria nemmeno l’ha letta, la MMT viene indicata come quella della spesa senza limiti e che non dà importanza all’inflazione. In realtà è esattamente il contrario.

Tutta la produzione accademica è finalizzata al raggiungimento della Piena Occupazione Garantita e della Stabilità dei Prezzi, in una economia aperta e globalizzata.
A questo proposito, la Prof.ssa Tcherneva ha sottolineato l’importanza strategica che assume un piano di lavoro garantito in quelle nazioni che hanno grandi scambi commerciali con l’estero e rischiano di perdere posti di lavoro in alcuni settori.

Negli Stati Uniti il problema della sostenibilità della spesa, delle famose “coperture”, si risolve riconoscendo la capacità dello Stato Federale di creare tutta la moneta di cui ha bisogno per mobilitare le risorse reali interne rimaste inutilizzate.

In Eurozona è una questione molto più complessa, avendo gli stati membri rinunciato a questa capacità, senza che sia stata creata un’autorità fiscale in grado di svolgere questa funzione fondamentale.

Abbiamo una Banca Centrale, ma non abbiamo un governo che la impegni ad emettere la moneta necessaria a finanziare la spesa. Cosa che hanno quasi tutti gli altri stati nel mondo.
La questione della sostenibilità del debito o di quella spesa in Eurozona è tutta qui.

Come diceva ancora Keynes, la moneta non è una risorsa scarsa, tutto quello che è possibile realizzare, è possibile finanziariamente.

Se abbiamo la forza lavoro, i materiali, le conoscenze tecniche per realizzare le opere, il problema non è economico, è politico e istituzionale. Livelli così alti di disoccupazione sono il risultato di scelte politiche precise. E scarsamente etiche. 

Tornando alla situazione negli Stati Uniti, sotto l’apparentemente bassa percentuale di disoccupazione, c’è un mondo sommerso, invisibile, fatto di sottoccupazione e sfruttamento, soprattutto delle comunità nere e latine, e di intere zone, tra cui la famosa rust-belt, in cui la disoccupazione è un fattore endemico e ormai strutturale.

Quando Trump ha posto il problema dell’occupazione e promesso posti di lavoro, i voti sono migrati verso chi sembrava voler dare una soluzione ad un problema tenuto sottotraccia. 

I Democratici progressisti (Sanders) stanno recuperando consenso perché non solo ne parlano, ma ora, dopo la lezione appresa con la sconfitta elettorale, propongono soluzioni radicali, molto audaci e sfidanti.

C’è fame di lavoro, c’è fame di socialismo vero, non quello delle pagine dell’Economist, che ammette l’intervento dello Stato Federale in favore del Capitale privato, l’avvenuta socializzazione delle perdite (alla faccia del libero mercato!), che però protegge ancora la privatizzazione dei profitti e l’abbandono delle classi subordinate ad un destino tragico ed evitabile.

Le persone che vivono nell’ombra delle facciate dorate del capitale, vogliono tornare al centro del dibattito politico.

E questo è un dato di fatto con cui anche il vecchio continente sta facendo i conti, con la crescita di consenso dei partiti populisti.