queer

 

di Nxu Zänä

Traduzione di Tilo Pez e Maddalena Celano

 

In prima istanza, desiderio chiarire perché ho voluto introdurre, nel titolo, specificamente il termine “contro”, ben sapendo che suona aggressivo. Potrei anticipare sin da ora, per quanto riguarda il contenuto di questo articolo, che tutto è improntato e finalizzato a generare una profonda critica alla teoria queer, giacché mi colloco assieme a tanti altri, nello sforzo di creare un discorso alternativo, in una posizione critica verso ciò che è diventata esattamente un’ arma del sistema. Da qui la mia esigenza di manifestare la mia forte disapprovazione verso questa nuova ideologia.

Questo mio articolo sorge dalla preoccupazione nell’osservare l’avanzare nel mondo globalizzato e nella conoscenza dell’ideologia queer e del suo ruolo nel contesto mondiale. Pertanto menzionerò solo le sue principali ipotesi per spiegare il perché della mia critica in quanto Donna Indigena.

Comincerò dall’autodenominarsi “queer”. Sappiamo che questo termine veniva usato come una delle tante offese verso gay e lesbiche, fino a quando alcuni settori decisero di trasformarlo in manifestazione d’orgoglio contro gli atteggiamenti omofobi delle società anglosassoni.

Così possiamo dire che è stato questo ha dare l’inizio al movimento con questa denominazione. Quindi si tenta dare un senso di ribellione a una specie  d’autodeterminazione, perché così si  confronterà con la società sotto gli stessi suoi termini, ma con un’aria di orgoglio e di difesa della loro condizione,  disprezzata agli occhi dei “normali”. È in questo strano ambito che si genera il pensiero e il discorso queer, che inizia contestando le identità e le categorie che tutti gli altri movimenti utilizzano per la difesa dei nostri diritti, del nostro modo di vivere, delle nostre culture, come: il genere, la classe e la razza; argomentando che non dobbiamo utilizzarli più perché in definitiva si tratta di termini coniati dalla esperienza storica e oppressiva del patriarcato, del colonialismo, del capitalismo e del razzismo.

Conformemente a questo, noi dovremmo cancellare l’essere: uomo, donna, indigeno, bianco, nero, latinoamericano o europeo, operaio, politico, proletario o borghese. In cambio di tutto questo propongono “l’ibridazione” di tutti come mezzo di resistenza contro l’omogeneizzazione onnicomprensiva e l’esaltazione dell’individualità con le sue molteplici variabili e differenze. Ciò implica che, dove gli interessi sono affini, l’interesse sarà sostituito dall’identità.

A questo punto, sorgono le seguenti domande, se loro hanno caratterizzato il diritto ad autodenominarsi “queer” come risposta all’omofobia del sistema: perché ai nostri popoli e anche a me, stanno negando la possibilità di autodenominarci indigeni? Se in ultima analisi il termine “indigeno” è stato coniato all’interno di un sistema di oppressione e per differenziare l’uomo bianco, europeo e civilizzato da noi (situazione similare all’appropriazione della parola queer), pertanto io possiedo e mi assumo il diritto di autodenominarmi in relazione al sistema che tenta dominarmi e che inoltre è anche razzista. A conti fatti la loro azione equivale alla nostra poiché anche la parola queer deriva e si manifesta in un sistema omofobo.

D’altra parte, il tentativo di proporre “un’ibridizzazione” con la scomparsa delle nostre identità, con il pretesto che così si andrà contro le tendenze all’omologazione, in fondo questo non significa la stessa cosa? L’identità è un processo dinamico, storico, che si evolve, non è la stessa cosa essere un’indigena nel XVI secolo, in mezzo all’invasione o colonizzazione europea, che esserlo nel XXI in piena globalizzazione e all’interno di un sistema capitalista. Le nostre culture e i nostri popoli hanno imparato a sopravvivere dentro questi sistemi e a generare diverse forme di resistenza contro le tendenze all’omogeneizzazione che adesso nuovamente stanno tentando di fare scomparire le nostre diversità sociologiche, storiche e culturali che sussistono, nonostante tutti i contraccolpi del capitalismo.

Dalla stessa maniera, l’identità, a differenza di quello che i queer sostengono, non coinvolge solo un aspetto della vita, giacché il mio essere indigena implica il coinvolgimento di tutti gli aspetti della mia vita, e anche il mio modo di vivere e di concepire le nostre vite nella nostra società, la storia del mio popolo, la nostra cultura, il nostro rapporto con il contesto in cui viviamo e in cui ci sviluppiamo, con il nostro rapporto con nostra Madre Terra, i modi con cui relazionarci con noi stessi e anche con gli altri.

Credo che tutta questa grande confusione sull’identità nasca perché loro focalizzano e limitano la lotta a un solo ambito della vita: la sessualità individuale. Inoltre la loro lotta è diretta contro i movimenti femministi, dei gay e delle lesbiche, credendo che siano (movimenti) centrati esclusivamente sul genere e sulla sessualità. Non si dovrebbe negare che agli inizi questi movimenti avevano principi e ideali politici, economici, sociali. Non come l’ideologia queer che si focalizza unicamente sulla sessualità, le preferenze, l’orientamento sessuale, il diritto al piacere, giacché questo è il risultato della deformazione dei movimenti influenzati dal sistema, dei discorsi medici e della commercializzazione del corpo e del sesso.

L’ideologia queer, pretende di imporci la sua lotta basata sull’affinità, e non sulle differenze di ogni individualità, per loro possono esistere tante tendenze queer conformi a quanti più queer esistano (perché questo costituisce un loro diritto), però questo è un gravissimo errore poiché così impediscono ogni  possibilità per la  creazione di nuove forme di organizzazioni collettive.

Un’altra delle questioni che contesto loro, è la pretesa eliminazione dell’essere uomo o donna. Io sono e m’identifico come donna, anche se non accetto quello che mi è stato insegnato sul come si debba essere donna, sia conformemente alla mia cultura di origine sia secondo i diktat della società occidentale. Ad esempio, l’imposizione di sposarsi e essere madre perché questo sarebbe il solo modo di realizzarsi come donna. Addirittura non poter decidere sul proprio corpo, né aver accesso o diritto al piacere. Non mi è permessa la mia indipendenza ma dovrei dipendere da un marito e dedicarmi alla casa. Oggi mi è permesso lavorare, tuttavia devo anche compiere i lavori domestici per il fatto di essere una donna. Inoltre dicono che dovrei attirare solo uomini, che non potrei provare alcuna attrazione erotica e affettiva verso altre donne, giacché non sarai considerata normale. Vale a dire, mi sono state imposte una serie di disposizioni che dovrei rispettare solo per il fatto di essere donna e non farlo significa essere giudicata, punita, emarginata, stigmatizzata e persino stuprata. Tutto questo non lo condivido e non lo accetto. Eppure mai arriverei a negare la realtà del mio corpo anche per ciò che esso comporta al mio gruppo (di appartenenza), alla nostra storia, alla mia vita personale e collettiva. Perché negare questa realtà, implica la negazione anche della mi esperienza al riguardo in un pessimo e inutile tentativo di nascondermi dietro una bugia.

La realtà biologica è innegabile. Chi nasce maschio, come ogni animale, ha determinate caratteristiche corporali e attributi fisiologici che sono ben diversi da quelli di chi nasce femmina. Loro hanno la forza per la loro entità muscolare e i genitali esterni; noi abbiamo genitali interni e diamo alla luce la vita, solo per esporre gli esempi più semplici, sebbene siano state proprio queste differenziazioni biologiche a creare la costruzione sociale e culturale di genere e in particolare la divisione sessuale del lavoro. D’altra parte non possiamo negare che sono le proprio le nostre biologie e l’aspetto esteriore che ci differenzia; ma questo non giustifica l’ingiustizia e la violenza a cui siamo soggette come donne ancora oggi.

Io chiederei alla teoria queer e a tutti quelli che la supportano: il fatto di eliminare le categorie biologiche di uomo e donna, elimina anche l’ingiustizia della realtà sociale? Dubito fortemente che semplicemente l’eliminazione di quest’ aspetto possa cambiare il sistema. Giacché in realtà si dovrebbe modificare tutto il sistema (ma questo è uno dei punti di cui i queer non parlano mai, perché implicherebbe una organizzazione collettiva molto rilevante) per eliminare l’ingiustizia e la violenza per questioni inerenti al sesso, che principalmente è esercitata nei confronti delle donne, e il solo fatto di cancellare le parole donna /uomo non sarà mai sufficiente a cambiare la realtà dei fatti del sistema. Non sentendomi più una donna, forse non verrò più stuprata, picchiata, rapita o sessualmente sfruttata? A questo rispondono che concettualizzarci nuovamente è solo l’inizio del cambiamento. Tuttavia nel prossimo futuro come potremmo attuare un cambiamento se, già dall’inizio, non riconosciamo più le nostre differenze sostanziali se sono queste che hanno generato l’ingiustizia e la violenza?

Inoltre vorrei chiedere ai queer, come pretendono di cambiare la realtà se intendono vivere al margine del sistema, mentre siete ancora dentro di esso? Dirsi queer per non riconoscersi uomo o donna, gay o lesbica, indigena o bianco, operaio o politico, ecc., non cambia le relazioni sociali in cui siamo cresciute/i, ma modifica solo la propria soggettività e credono che è nell’individuale che inizia il cambiamento. Però ma si questo cambiamento non comporterà delle azioni politiche e/o sociali efficaci per portare a una riforma reale, alla fine rimane solo la creazione di una specie di mondo a parte, e sopratutto bene sistemato, all’interno dello stesso sistema che stanno criticando e dicono di combattere.

Per quanto riguarda la sessualità, si il soggetto definendosi non conforme per le sue pratiche sessuali non “normative”. È per questo che esaltano le scelte sessuali diverse dall’eterosessualità e a tutte quelle pratiche che definiscono come liberatorie. È per questa ragione che danno tanta enfasi alla bisessualità, al sadomaso, alla “reinvenzione della pornografia”, perché li valutano come trasgressioni e perciò che stanno dando tanto risalto alla sessualità come non si era mai visto prima d’ora. Forse il sistema in se stesso non ha dato ancora questo ruolo da protagonista alla sessualità? Tuttavia non è proprio in questo senso che vanno le dinamiche del sistema?

Allora per i queer la rivoluzione inizia con le pratiche sessuali, individuali e private, e nelle modalità che permettono raggiungere il piacere, per questo arrivano a magnificare l’utilizzo del dildo, la penetrazione anale, il sadomaso? Soltanto perché vanno contro le pratiche tradizionali dell’eterosessualità? Se è così direi che si tratta più di un settore di opposizione minoritario, e non di una rivoluzione, poiché la sessualità resta (come ha sostenuto l’autore catalano Oscar Guasch nel suo libro sulla crisi dell’eterosessualità) coito-centrica (anche quando il rapporto sessuale è orale, vaginale, anale, eseguito con i seni, i glutei, ecc.) e fallo-centrica (l’utilizzo del dildo, in definitiva è un fallo simbolico, questo sta a significare che se non ho un fallo, comunque devo trovare un sostituto di esso perché altrimenti non sarebbe un amplesso sessuale completo) questo significa che ancora tutto rimane centralizzato sugli attributi maschili e sull’obbligo di raggiungere l’orgasmo (perché in caso contrario non si è sani).

Cosa trovano di rivoluzionario in questo? Quale sarebbe il cambiamento? Se si tratta solo di diversificazione nella commercializzazione della sessualità, per tanto il movimento queer è dentro il sistema, e non fuori di esso, come si vuole fare credere o come cercano di convincerci.

Se la teoria queer e i suoi seguaci pretendono che mi spogli della mia identità indigena e di donna posso con tutta ragione dirvi: siete un’arma del sistema, una corrente ideologica che promuove la globalizzazione, l’omogeneizzazione come strumento, perché come ha detto Susana López: 

Il queer adempie perfettamente alla sua funzione di penetrare i corpi emarginati fino a quando: “verranno legittimati e annessi alle stesse istituzioni che costituiscono i pilastri del dispositivo della sessualità. Per i queer, la vita personale è sessualizzata, come lo è anche la politica e l’economia, e non la desessualizzano, ma propongono un’alternativa alla sessualizzazione già esistente. Quindi non produce una vera rottura con il sistema, ma propone un’ alternativa che in realtà va a incorporarsi alla “scientia sexualis”…”

Se si considera che “il personale è politico” quindi l’ idea di portare la sessualità nello spazio pubblico per rivendicare le sessualità emarginate, e così ottenere la loro emancipazione per sovvertire la cultura, credo che tutto questo sia sbagliato perché ritengono che fare sesso (inteso come pratiche sessuali) sarebbe un’attività politica e di conseguenza ogni volta che si hanno rapporti sessuali non normativi, secondo loro si starebbero compiendo atti per la sovversione del sistema o come pratica di resistenza, il quale porterebbe al cambiamento sociale. In realtà dovrebbero chiedersi: come possiamo credere di ottenere il cambiamento collettivo, quando la nostra ideologia e pratica riguarda solo l’ambito strettamente privato del desiderio e piacere individuale?

Se non esiste un’identità e il movimento si basa sui desideri e piaceri individuali, la lotta si costituisce conforme all’affinità nelle pratiche sessuali private diverse solo per andare contro il sistema normativo? Come può questo istituire un cambiamento sociale reale e sostanziale? Come credono di potere vincolare gli “individui” nel generare strategie per ottenere dei cambiamenti reali?

Infine considero che un altro grave problema dell’ideologia queer è che non prende assolutamente in considerazione, per le analisi attuali, i contesti storici, politici, sociali, economici e culturali, perché la teoria queer rimane circoscritta alla soggettività di ogni individuo e con la sua lotta personale per il raggiungimento del desiderio e del piacere in affinità con altri individui con cui non necessariamente condividono l’identità, ma solo l’analogia delle pratiche sessuali non normative; per tanto, essi ritengono che l’organizzazione collettiva è impossibile e soprattutto senza senso, pretendendo solo una rivendicazione dei diritti individuali, e NON di quelli collettivi ed è per questo che affermo ancora una volta che questa posizione è il fedele riflesso del neoliberismo e del suo predecessore, il liberalismo, nel tentativo di glorificare l’individuo sopra gli interessi e il bene delle collettività. Questo conduce ugualmente alla frammentazione e a frantumare la resistenza e i movimenti poiché identità significa riconoscimento delle comunità. Perciò il tentativo di distruggere l’identità è un chiaro attacco alla comunità, le sue organizzazioni, i movimenti, alle lotte storiche e sociologiche, politiche, economiche e culturali.

Per quanto affermato finora, la creazione dell’ideologia queer contribuisce a generare un sapere che fa parte dei giochi di potere del sistema nella distruzione della comunità e dell’identità. Perché fondamentalmente va contro le donne, le popolazioni indigene di tutto il mondo; e non solo, ma anche contro gli operai, i contadini; le lesbiche, i gay; le femministe e i sindacati. Chiudo sostenendo che la teoria queer è la perfetta arma ideologica del neoliberismo che fondandosi nell’individualità e nel piacere, promuove la commercializzazione di una sessualità che è ancora opprimente, per donne, bambine e adolescenti, facilitando così la strada a nuove oppressioni e per la perpetuazione dello sfruttamento dei sessi e generi. E, nel frattempo, servire come strumento per la disarticolazione, il disprezzo e la stigmatizzazione di ogni tipo di movimento, soprattutto contro di noi: gli indigeni e le donne.

Per questo come Donna e Indigena, scrivo CONTRO l’ideologia queer con la speranza che chi mi legge e anche a quelli che si autodefiniscono queer riflettano e invitandoli a fare una severa critica a questa ideologia e anche a i suoi postulati.

 

fonte: Ecuador Today