manovra

 

di ANDREA ZHOK

 

Dopo tanti rombi di cannone e rulli di tamburo la manovra economica, varata ora in versione definitiva (salvo emendamenti), appare un’operazione estremamente modesta.

Gli elementi che la qualificano come accettabile sono due:

1) l’operazione anticiclica sulla domanda, generata dal sussidio alla povertà (il cosiddetto ‘Reddito di Cittadinanza’), e
2) l’impegno a mobilizzare la massa di investimenti pubblici già impegnati, ma non ancora impiegati a causa dei limiti progettuali delle amministrazioni locali.

1) Il primo punto ha elementi redistributivi che introducono un po’ di equità sociale, e insieme muoveranno in qualche misura la domanda interna. Il RdC ambisce anche ad avere effetti in termini di migliore organizzazione del mercato del lavoro, ma per quanto ci sia spazio per miglioramenti in corso d’opera, sono personalmente scettico sull’efficacia, perché alcuni dettagli nelle versioni pervenute del RdC lasciano trasparire una certa approssimazione.

2) Il secondo punto è importante in quanto a fronte del modesto incremento di spesa per investimenti (per quest’anno lo 0,2%) si propone di affrontare un problema annoso in Italia, ovvero la difficoltà di molte piccole e medie amministrazioni (e non solo) di formulare progetti in grado di impiegare stanziamenti disponibili. Questa è anche la ragione dello scarso utilizzo italiano dei fondi europei, ed è la ragione per cui c’è una massa di fondi già stanziati (circa 83 miliardi) che non riescono ad essere ‘cantierati’). Anche questo punto potrebbe avere un’incidenza significativa sulla domanda dapprima e sull’offerta poi, a medio-lungo termine.

Tutto il resto della manovra consta di rattoppi (magari necessari come la copertura delle ‘clausole di salvaguardia’), di un’operazione sulle pensioni, lodevole, ma senza effetti significativi sulla macchina economica, di stantii aumentini di tasse (giochi e sigarette), di taglietti lineari ai ministeri (600 milioni), di operazioni di maquillage (togliere soldi a sostegno delle imprese, come la detassazione di parte degli utili reinvestiti e compensarlo con l’Ires al 15% per chi investe e assume), e infine di qualche grande classico come la svendita di immobili statali (per presunti 600 milioni di euro).

Nel complesso una manovra timida, con poche idee (rimarchevole l’assenza del settore formativo da ogni discussione), tristemente simile a mille altre manovre del passato. Simile in quasi tutto, salvo che in un punto: nella mancata genuflessione alle ingiunzioni europee sul rapporto deficit/Pil.

Paradossalmente, se a Bruxelles non stessero dei quaquaraquà preoccupati di perdere la poltrona a maggio ma dei politici veri, potrebbero disarmare facilmente il governo italiano, che trae gran parte del suo prestigio interno proprio dall’apparire come coraggioso baluardo all’UE. Basterebbe che in Europa dicessero di essere soddisfatti per una qualunque delle microcorrezioni avvenute e il governo gialloverde perderebbe l’aura (che non merita affatto) di ‘vigoroso sovranista’.

Alla fine, ciò che fa propendere per considerare positivamente questa manovra è solo l’utilizzo di un fondamentale discrimine. La regoletta pratica (‘rule of thumb’) per decidere se una manovra è accettabile o meno per un paese come l’Italia è solo una: Tutto ciò che riduce il perimetro dello Stato, o che abbatte il mercato interno, dev’essere respinto.

E’ cruciale capire che la capacità di sopravvivere di una nazione nei marosi a venire dipenderà tutta da due variabili: dal peso del mercato interno, e dalla capacità di mobilitare risorse produttive per iniziative di interesse nazionale.

Il peso del mercato interno è determinante per molti motivi: perché limita le delocalizzazioni delle imprese (che tendono a non allontanarsi troppo dalle zone di consumo), perché dà potere contrattuale allo Stato nel tassare imprese multinazionali operanti sul territorio, e perché aiuta a mantenere uno standard elevato di servizi, privati come pubblici.

Quanto al perimetro dello Stato anch’esso implica due istanze cruciali: la conservazione e magari miglioramento della rete infrastrutturale da parte dello Stato (altro punto essenziale per evitare delocalizzazioni) e la capacità di intervento attivo dello Stato nell’economia (tipo Finmeccanica).
Sarà un giorno fausto quanto tardivo quello in cui smetteremo di berci la fiaba strumentale del laissez faire, e ci renderemo conto che sono sempre di più le aziende pubbliche ben funzionanti a fare la differenza nella preservazione di uno status internazionale importante o nel suo definitivo smarrimento. E’ una cosa che sanno tutti quei paesi che predicano agli altri la riduzione dello Stato e le privatizzazioni: lo sanno gli USA, lo sa il Regno Unito, lo sa la Francia, lo sa persino la Germania (che però finché manovra la politica economica UE può farne a meno).

Abbiamo partecipato per decenni, complice una classe dirigente ideologizzata (non voglio dire venduta), al costante indebolimento del paese. Gli stessi politici che si sono dimostrati incapaci di gestire in modo onesto ed efficiente le aziende pubbliche ne hanno poi promosso la privatizzazione e svendita, giustificandola coi propri fallimenti. Tutto ciò ha intaccato in profondità le capacità di reazione del paese.

Sperando che non sia già troppo tardi, è il momento di invertire senza indugio la tendenza, e se per farlo c’è bisogno di plaudire una manovrina così modesta e priva di ingegno, così sia.
Sperando che tempi e classi dirigenti migliori ci attendano.