catastrofe

Asiago, quello che resta del bosco di Mario Rigoni Stern (foto da Daniele Ferrazza)

 

di IVANA FABRIS

 

La catastrofe ambientale verificatasi recentemente soprattutto sulle Dolomiti venete e friulane, è di proporzioni tali da farci rendere conto che gli equilibri naturali sono stati fortemente sconvolti dalle attività antropiche.

La presunzione dell’essere umano di poter dominare la natura e di farlo in un tempo breve rispetto ai secoli che le necessitano per raggiungere equilibri perfetti, è davvero tanto ridicola quanto pericolosa. Riprova del fatto che non la si possa piegare al profitto se non per un arco di tempo circoscritto. Poi avviene la catastrofe, quella che tutti definiscono con una sola frase: “la natura si ribella” ma che in realtà sono solo gli esiti più nefasti della massimizzazione dello sfruttamento delle risorse che ci offre, secondo il modello economico cui siamo costretti.

Primo su tutti il clima.
Al di là delle varie teorie su cui in questa sede non rileva addentrarsi, chiunque viva nel nord Italia sa bene quale sia stato il cambiamento della condizione climatica e con che tempistiche. Perciò a fronte di un processo evolutivo che ha richiesto milioni di anni per perfezionarsi e specializzarsi, il cambiamento avvenuto in modo repentino e aggressivo, non può essere privo di gravi conseguenze.

Vero responsabile della strage di alberi occorsa in più parti del paese, infatti, è soprattutto questo fattore e la conferma arriva dall’essersi sì, concentrata al nord-est ma anche dall’aver colpito pure l’ovest e la parte centrale del nord oltre ad alcune fasce del centro Italia anche se in misura più contenuta.
Tecnici e dottori forestali, ad esempio, affermano che da diverso tempo capita non di rado che venti come quello che si è abbattuto il 29 ottobre, abbiano le caratteristiche di venti tipicamente marini. Marini, appunto, e ci si chiede come il fenomeno si manifesti in montagna.

Intanto però, il danno ambientale questa volta è gravissimo e, vista la sua entità, avrà ricadute che interesseranno non solo le aree colpite ma tutto il nostro paese.

Stime che leggiamo da giorni, fanno ben comprendere che una catastrofe simile in termini di perdita di milioni di metri cubi di foreste, in quei luoghi non si era mai verificata se non con i bombardamenti della I guerra mondiale e le immagini desolanti rendono perfettamente l’idea del disastro.
Lecito – e immediato – pensare a quanti milioni di metri cubi di ossigeno in meno verranno prodotti e quanto CO2 invece residuerà, a fronte dei mancati scambi operati dalla massa di alberi perduta, agli inevitabili aumenti di temperatura locali e non, alle minori precipitazioni locali ma probabilmente anche più estese, ai rischi connessi ad una simile distruzione su larga scala di essenze più o meno coetanee che variano da boschi interi di 40/50 anni a quelli di 100/120 anni o più, in base alle aree di appartenenza.

Esperti in selvicoltura, agronomi e tecnici, dottori in scienze forestali, addetti ai lavori in genere, ci stanno dicendo che per ricostituire integralmente quanto si è perduto con una simile catastrofe, in alcune zone servirà un secolo mentre in altre 40 anni circa per avere solo boschi giovanili.

Boschi e foreste come quelle che abbiamo perduto, sono frutto di trasformazioni continue che hanno portato ad una specializzazione tale da richiedere non meno di un secolo, per cui ricreare il climax adeguato fa persino pensare che le previsioni dei tecnici siano fin troppo ottimistiche.

Il quadro che ne esce è impressionante e non si può non pensare alle conseguenze che questa catastrofe avrà sulla vita di ogni specie vivente del nostro paese, compresa la nostra.

Oltre all’impatto climatico che si aggiunge ad una già importante sofferenza generale, oltre al radicale cambiamento della morfologia di aree molto estese, oltre al danno paesaggistico, c’è il rischio geologico che comincia ad annunciarsi (vedasi la frana del Tessina, la più grande d’Europa, che ha ripreso a muoversi e parliamo di milioni di metri cubi di roccia) e a quella che si manifesterà progressivamente anche in tutte le aree colpite.

Infatti, venendo a mancare una simile massa di apparati radicali, a fronte di forti dilavamenti del terreno legati a precipitazioni massicce spesso improvvise dopo periodi siccitosi e che si verificano con frequenza sempre maggiore, non è difficile immaginarne gli esiti nefasti.
Non si considera nemmeno che gli alberi si sono “sacrificati” salvando l’abitato e i suoi residenti più in basso: ma cosa succederà da adesso in poi?

E cosa dire del fatto che il nostro paese è davvero un piccolo lembo di terra immerso nel Mediterraneo e con un aspetto orografico che porta a considerare che non ci possiamo permettere ulteriore desertificazione e sterilizzazione dei terreni, rispetto al quasi 9% in totale che già abbiamo prodotto? Quei milioni di metri cubi di foreste perdute probabilmente incideranno anche su questo aspetto.

Oltre a quanto appena descritto, non si può sottovalutare neanche per un minuto, il danno economico di questa catastrofe.
Si stima che in poche ore sia caduta la quantità doppia di legname che si taglia in un anno su tutta la penisola, per giunta con interventi pianificati.

Cosa accadrà, a questo punto, del legname degli alberi caduti? Si può solo presumere che verrà immesso sul mercato in quantità tale da abbatterne il prezzo, da un lato, e dall’altro che bloccherà il taglio di altri lotti in tutto il paese, paralizzando quindi il mercato per anni ma pure che metterà in ginocchio tutto il settore a livello nazionale. E forse non solo il nazionale.

Le conseguenze, quindi, creeranno un danno nel danno.

La massa di specie cadute. ad esempio, sono già oggi difficilmente piazzabili sul mercato del legname e, se questi si ferma, la conseguenza immediata sarà che salteranno molte imprese che già oggi faticano a mandare avanti le loro attività. Attività che peraltro già di per sè appartengono ad un settore poco remunerativo e poco resistente a simili contraccolpi.

Possiamo anche immaginare che nella fase iniziale di rimozione, ripulitura e ripiantumazione, ci sarà lavoro per quelle piccole e medie imprese. Si parla di 2-4 anni a seconda dell’area colpita. Ma dopo? A fronte del non aver più sufficiente materiale da vendere perchè i boschi insediati dovranno specializzarsi e crescere, come sopravviveranno quelle aziende?

E di legname nobile, come quello di Conifere centenarie, è davvero pensabile farne cippato in quantità per risolvere in fretta il problema degli stoccaggi prolungati considerato che favoriscono la proliferazione del bostrico, un coleottero che fa strage di Conifere? Al danno si aggiungerebbe anche la beffa.

A fronte di quanto appena esposto, è indispensabile che il governo cominci a percorrere strade davvero capaci di dare risposte immediate ed efficaci all’emergenza che non possono essere legate soltanto a misure palliative di corto respiro.

Non possono cioè essere disgiunte dall’avviare nel contempo un reale processo di cambiamento che parta da politiche protezionistiche verso il Paese e verso il futuro di boschi, foreste, ambiente e clima di casa nostra e non solo.

Riteniamo urgente e non più procrastinabile:

 

– impiegare alla bonifica disoccupati specializzati e non, da parte dello Stato, al fine di accelerare le operazioni volte al recupero delle aree colpite;

– fornire massimo sostegno fiscale ed economico, alle imprese colpite direttamente dai danni;

– salvaguardare tutto il settore, fermando immediatamente l’importazione dall’estero di legname, opponendosi con forza alle scellerate politiche comunitarie in materia;

– avviare politiche di investimento e rilancio per la piccola e media impresa locale che, passati i primi anni necessari alla bonifica, una volta finite le piantumazioni non saprà come sostenere le sue attività;

– mettere in campo le migliori intelligenze e competenze esistenti nel Paese, per quanto riguarda la selvicoltura onde evitare ripopolazioni inadeguate e interventi impropri specie in quelle che sono da secoli aree vergini costituite da boschi totalmente naturali;

– altrettanto coinvolgere le università italiane così da poter impiegare menti giovani e creative per mettere a frutto competenze idonee ad utilizzare al meglio le enormi quantità di legname più nobile;

ripristinare immediatamente il Corpo delle Guardie Forestali, riportandolo al suo solo e pieno impiego di controllo e protezione dei microterritori, possibilmente potenziandone le funzioni;

– avviare quel piano di interventi necessari a porre fine al dissesto idrogeologico di cui si parla da decenni senza che sia mai stata messa una sola proposta in campo, creando così decine di migliaia di posti di lavoro;

investire quanto più possibile nelle energie rinnovabili al fine di impattare il meno possibile l’ambiente;

porre ulteriori strette ai vincoli paesaggistici e protezionistici specie laddove esistono aree di grande rilevanza ambientale;

esercitare il massimo impegno del governo nelle sedi internazionali in merito alla protezione di clima ed ecosistemi.

Solo rivedendo la concezione del rapporto fra attività antropico-produttive e ambiente, superando quindi le logiche di sfruttamento massimo delle risorse, mediante una visione di ampio respiro, potremo realmente pensare di non ritrovarci, fra un secolo o forse meno, a divenire noi italiani, migranti o profughi ambientali.

Al fine di scongiurare questo pericolo, dunque, è strettamente necessario che il governo si convinca che dobbiamo proteggere l’ambiente per esserne protetti, esattamente come la catastrofe delle Dolomiti ci insegna.