UE

di ANDREA ZHOK

 

Al momento, in Italia, salvo quei pasdaran del PD che oramai considerano Milton Friedman un moderato e che per uno scranno a Bruxelles si venderebbero la mamma, tutti gli altri rappresentanti politici, dentro e fuori il Parlamento dicono di voler cambiare l’Unione Europea e i suoi vincoli.

Bene, partiamo da qui.
Prima di spararsi reciprocamente addosso a colpi di -ismi (europeismi, sovranismi, ecc.), proviamo a chiederci quali sono le parti in campo.

Se qualcuno vuole “cambiare l’UE dall’interno“, bene sono tutt’orecchi.

Solo, per piacere, non è che a un elettorato di intelligenza anche modesta può bastare sentire, una volta di più, le roboanti chiacchiere di qualcuno che – Renzi-style – ci racconti che andrà a “battere i pugni” sul tavolo di Bruxelles.
Anche i meno brillanti oramai sgamano il giochino: strillo qualche slogan critico dell’UE, mi faccio eleggere, e poi, tra un brunch a Bruxelles e un apericena a Strasburgo, spiego contrito che ci ho provato, ma che non ci si può fare nulla (faccina, sipario).

Questo francamente non è più accettabile.

Chiunque chieda alle prossime elezioni un voto per “cambiare l’Europa” deve prendersi l’onere di spiegare cosa vuole fare e come crede di poterlo ottenere.
Altrimenti si tratta semplicemente di una frode.

Per parte mia, io sono sempre disposto a ragionare in termini pragmatici.

Se qualcuno mi riesce a spiegare come pensa di ottenere a livello europeo:

1) una condivisione dei rischi sul debito tra tutti i paesi;

2) un sistema di intervento mirato ad approssimare la piena occupazione, anche a scapito di eventuali fiammate inflattive;

3) l’abolizione dei paradisi fiscali interni all’UE e la soppressione delle forme di fiscal dumping;

4) un sistema massiccio di investimenti pubblici per portare tutti i paesi al livello di ricerca, sviluppo e produttività dei ‘primi della classe‘;

5) una mutualizzazione integrale delle responsabilità e degli oneri relativi ai flussi migratori; quello avrà il mio voto.

Ma beninteso, non mi interessa sapere semplicemente che qualcuno è favorevole a queste richieste. Sarebbe troppo comodo.

Mi interessa sapere precisamente come pensa di muoversi per ottenerne l’accettazione e implementazione.

Se qualcuno è in grado di spiegarmelo, magnifico, sono disposto a votarlo e anche a fare campagna elettorale a suo favore.

Se invece sentirò soltanto chiacchiere su “quanto sarebbe bello se“, “faremo pressioni“, “prenderemo iniziative“, “invieremo documenti“, “raccoglieremo firme“, e insomma “meneremo il can per l’aia finché non muore di vecchiaia“, beh, mi spiace, ma questo non è più accettabile.

E’ infatti un esempio di straordinaria malafede che tutti quelli che esigono un piano dettagliato minuto per minuto, con valutazione costi-benefici, rispetto ad un’opzione di Italexit, poi invece si candidino per la millemillesima volta alle elezioni senza nessuna indicazione circa come ottenere ciò che dicono di voler ottenere.

Non fare nulla non implica che nulla accadrà.

Non fare nulla significa venire bolliti poco a poco come la proverbiale rana: svuotati industrialmente, resi incapaci di reagire, distrutti come mercato interno, demoliti come industria pubblica, frantumati come servizi pubblici e infrastrutture.

Chi mena il can per l’aia è obiettivamente complice di tutto questo.