bastone

 

di Carlo FORMENTI

 

Negli ultimi giorni il Corriere della Sera ha moltiplicato il suo impegno pedagogico per erudire il popolo sulle ragioni per cui è sbagliato ascoltare il canto delle sirene populiste.
Martedì 18 settembre un articolo di fondo di Ferruccio De Bortoli, dopo avere premesso che “il mercato non è un demone“, stigmatizza chi si permette di ricordare che Mario Draghi – al pari degli altri eurocrati che decidono del destino dei cittadini, senza che questi possano esprimere la loro opinione in merito – non è stato eletto da nessuno.

Gli argomenti sono i soliti: si tratta di questioni troppo “complesse”, che i cittadini non possono capire per cui dovrebbero fiduciosamente affidarsi a chi ne sa di più.
Poi emerge la vera preoccupazione: il governo gialloverde si appresta a rimpiazzare i vertici delle autorità “indipendenti”, come la Consob, con propri fiduciari. Così, commenta De Bortoli, la politica invade il campo della tecnica e ciò non potrà non causare disastri.

Il guaio è che la gente ha ormai ben chiaro che è stato proprio il governo dei tecnici, ai quali la vecchia politica ha consegnato il bastone di comando, a precipitare il Paese nelle attuali, disastrose condizioni.
Quindi, visto che i ragionamenti “razionali” lasciano il tempo che trovano, si passa alle minacce del bastone e alle promesse della carota.

A impugnare il bastone è l’ex pentito Pierluigi Battista (ex perché oggi la sinistra da cui si è congedato da tempo è allineata sulle sue stesse posizioni neoliberali).
Commentando le modeste riforme che il governo gialloverde annuncia per migliorare le condizioni delle vittime di decenni di globalizzazione, come le pensioni e il reddito di cittadinanza, Battista ha la sfrontatezza di definirle l’anticamera di una “cancellazione della nozione stessa del lavoro“.

Poi, con encomiabile sprezzo del ridicolo, paragona le “utopie” grilline alla visione marxiana del comunismo (!?). Ecco la citazione: “questa visione di una società non più schiava del lavoro assomilglia in modo impressionanate all’idillio del comunismo vagheggiato da Marx“. Ci sarebbe da ridere, se dietro queste parole non si profilasse l’ombra dei randelli chiamati a fronteggiare il rinnovato pericolo rosso…
A porgere la carota è il meno assatanato (e più fornito di senso della realtà) Antonio Polito, il quale, nel fondo del Corriere di oggi (19 settembre), significativamente intitolato “La sinistra che ignora i deboli”, invita un PD allo sbando a capire i propri errori.

Incamminatasi in ritardo sulla via tracciata dai Clinton e dai Blair, scrive Polito, la sinistra italiota ha sposato la ricetta deregulation=crescita, contando sul fatto che le vittime del liberismo sfrenato si sarebbero potute salvare in un secondo tempo.

Non è andata così e ora le vittime presentano il conto agli aguzzini, i quali non hanno capito la lezione, non fanno autocritica e insistono a difendere una linea suicida.

Che fare?
Annacquare la ferocia del liberismo reaganiano con un “nuovo liberismo” che sappia temperare le dure leggi del mercato lanciando qualche ciambella di salvataggio a chi affoga, suggerisce Polito.

Ormai le provano tutte, ma la sensazione è che siano tentativi fuori tempo massimo.