lavoratori

 

di NORBERTO NATALI

 

La Costituzione – e l’ordinamento giuridico che ne deriva – ha un indirizzo ben preciso: tutelare e sostenere i soggetti deboli. Così, a seconda dei campi giuridici o di diversi tipi di rapporti, sostiene le donne, le minoranze linguistiche e così via.

Ciò vale, a maggior ragione, per i lavoratori nei confronti del padronato. Tanto che potremmo condividere le “lamentele” di chi sostiene che la nostra carta fondamentale prevede per le imprese solo doveri e per i dipendenti soprattutto diritti.

In questo contesto, per garantire un certo “equilibrio” tra imprenditori e maestranze, la legge consente l’occupazione di posti di lavoro, i picchetti durante gli scioperi, i cortei senza preavviso ed altro ancora: tutte queste condotte di lavoratori in lotta sono depenalizzate.

Come avviene per l’elezione di parlamenti incostituzionali e per leggi elettorali sempre meno rappresentative e pluralistiche, anche nel campo della democrazia nei luoghi di lavoro e delle libertà sindacali, nell’ultimo ventennio c’è stato un progressivo e costante smantellamento, in senso autoritario e regressivo, dei principi e dei valori costituzionali.

Insieme alle restrizioni della libertà di sciopero e ad una “controriforma” reazionaria del mercato del lavoro, la quale, di fatto, impedisce o riduce fortemente la possibilità effettiva per molti lavoratori (soprattutto giovani) di esercitare le libertà sindacali, pochi anni fa siamo arrivati all’assurdo (questo si di stampo fascista) per cui le organizzazioni dei lavoratori sono obbligate a firmare il contratto nazionale di lavoro (anche quando non lo condividono) per poter disporre complessivamente dei poteri e delle prerogative dei sindacati: dovrebbe essere, invece, il contrario, ossia essi dovrebbero disporre di tutte le libertà sancite dalla legge e dalla Costituzione per poter cambiare il contratto collettivo!

Di fronte a questa lunga, grave politica anticostituzionale, a danno dei lavoratori, della democrazia ed anche dei diritti umani, non abbiamo sentito tante proteste e “disobbedienze” come quelle che si si sono levate e si levano contro il cosiddetto decreto Salvini sulla sicurezza.

Con questo provvedimento, in piena continuità con le scelte restrittive e reazionarie degli ultimi decenni (altro che “governo del cambiamento”) è stata annullata la suddetta depenalizzazione: ossia l’occupazione di una fabbrica o un corteo improvviso (per esempio per reagire immediatamente a un licenziamento collettivo o alla chiusura di un impianto produttivo) costeranno anni di galera per i lavoratori, sia italiani che stranieri.

Almeno così era nella proposta di legge presentata a suo tempo perché, a giudicare dai contenuti delle reazioni contrarie al decreto Salvini del PD e della sinistra, sembrerebbe che l’abolizione della suddetta depenalizzazione non vi sia più.

Nessuno ne parla, nessuno si indigna per il suo significato, il contesto e per le conseguenze che ne derivano, di inasprimento dell’oppressione e dello sfruttamento dei lavoratori (anche e soprattutto stranieri) della loro ricattabilità e privazione sostanziale delle libertà sindacali.

Insomma, per certi “antirazzisti” l’immigrazione selvaggia deve trovare la strada completamente spianata quando si tratta di arrivi, di sbarchi, di “accoglienza” (assistenza) e di tanto altro, però quando i lavoratori immigrati – tutti sanno che spesso sono impiegati in condizioni di illegalità ed anche sfruttati dalla mafia – provano a lottare democraticamente, allora c’è la galera, per loro, preceduta (si presume logicamente) dalle manganellate.

Lo stesso che avverrà per i lavoratori non immigrati: tutti uniti da divieti, carcere e manganelli.

Certi “antirazzisti” (sindaci e non solo) oggi fanno tanto baccano solo contro alcune misure del decreto Salvini (come l’iscrizione degli immigrati all’anagrafe) non solo per lucrare un seggio al parlamento europeo ma per fare il polverone necessario a Salvini per assestare (nel silenzio e nella distrazione generale) un altro duro colpo ai lavoratori, alla democrazia, alla nostra Costituzione.

Questa parte del decreto Salvini, dovrebbe essere il primo motivo della necessaria opposizione ad esso ed invece gli “antirazzisti” del PD e di certa sinistra lo ignorano completamente, poiché in definitiva lo condividono, in quanto costituisce una coerente prosecuzione (ed aggravamento) delle politiche che hanno condotto quando erano loro al governo.
Tale esperienza è un’ulteriore prova che a certe forze – come il PD o alcune di sinistra – degli immigrati gli interessa come ai guerrafondai interessavano le condizioni o i diritti dei popoli del Kosovo o dell’Iraq o dell’Afghanistan.

Così come la sacrosanta lotta contro l’antisemitismo, a volte, viene distorta per coprire le atrocità contro il popolo palestinese, così come la libertà di religione, altre volte, viene strumentalizzata per liquidare i diritti civili e la laicità dello stato, il PD si fa scudo del sacrosanto antirazzismo e degli immigrati solo per nascondere il tradimento dei lavoratori (di tutte le nazionalità) e di quei poteri finanziati internazionali che stanno riducendo il paese ad una sorta di colonia di tipo nuovo.